Parrocchia Sant'Erasmo

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23 luglio 2016 - 16a domenica t. ord.

La profonda pazienza di Dio:

Lasciate che la zizzania e il grano crescano insieme (Mt 13,30)

Carissimi,

Padrone della forza, tu giudichi con mitezza e ci governi con molta indulgenza”, “e hai dato ai tuoi figli la buona speranza che, dopo i peccati, tu concedi il pentimento” (Sap 12,18-19). Perché Dio permette il male se Lui è Bontà infinita? È la domanda che tutti sempre ci facciamo. Dio dà a tutti, buoni e cattivi, la possibilità di crescere. Interverrà solo alla fine. Gesù illustra questa logica divina con la parabola del buon grano e della zizzania.

Mentre noi vorremmo vedere il male subito estirpato, Dio lo lascia crescere assieme al bene. Dio non ha fretta, sa attendere, sa rispettare i tempi della crescita. Non è debolezza, ma pazienza che salva: a tutti offre la possibilità di convertirsi. Infatti, oltre ad essere difficile distinguere il male dal bene, queste realtà si annidano nell’intimo di ognuno. Non possiamo quindi essere precipitosi, fare delle discriminazioni premature, catalogare gli altri in buoni e cattivi. È compito riservato solo a Dio e che egli realizzerà a tempo opportuno.

Il corso della storia non è segnato solo dalla presenza della grazia di Dio, ma anche dalle potenze del male. La loro presenza non deve scandalizzare, come non deve spaventare l’attuale irrilevanza del bene. Si tratta di avere pazienza e fiducia, imitando l’atteggiamento divino. Prendiamo coscienza della presenza del male nel mondo, nella Chiesa e nell’intimo di ognuno: è una realtà innegabile. Ma come Dio, siamo pazienti e comprensivi: Dio non stronca, non condanna, ma stimola alla conversione. Nessuno va eliminato, ma sempre più portato al bene. Un’opera certamente difficile, ma se contiamo sulla Spirito Santo allora ci è possibile.

Facciamo crescere il bene in noi e attorno a noi e diminuirà lo spazio per la zizzania, per il male. Ricordiamoci di essere e sale e lievito e luce. Come Gesù. Testimoniamo la forza operante della parola amando il prossimo coi fatti: questo è il superamento del male, don Vincenzo, don Rito ed il diacono don Antonio.


DENTRO DI ME IL GRANO E LA ZIZZANIA

Mi piacerebbe molto, Signore, annoverarmi tra i figli del Regno,

perché frequento la tua Chiesa, mi nutro del tuo pane,

non uccido, non rubo e amo la mia famiglia.

Ma, se devo essere sincero,

nel giardino del mio cuore scorgo anche l'erba cattiva.

Noto la fatica dell'amore, la gioia e il peso di chi mi sta accanto,

la pazienza che comporta l'accettazione di come sono,

i rimproveri e la poca fiducia che do loro.

Noto le ferite che la mia lingua infligge,

o il dolore delle mie omissioni,

quando gli altri hanno bisogno di un intervento che non arriva mai.

Noto le scappatelle di uno spazio per me ritagliato sul lavoro,

il tempo rubato a chi con pazienza ascolta le mie sciocchezze,

il furto di fiducia e speranza

per chi assorbe il mio cinismo e la mia negatività.

Noto il cuore assopito e la mente distratta alla mensa della tua Parola,

la pretesa di avere qualcosa in cambio per il culto che ti ho reso,

le continue giustificazioni per lasciare l'impegno comunitario ad altri.

Sì, Signore, ora riconosco la zizzania che c'è in me.

Forse per questo oggi non mi va di condannare nessuno,

di erigere barriere o di marcare differenze;

anzi mi sento solidale con lui.

E nonostante mi veda così lontano da Te,

in realtà, probabilmente, ti sono più vicino.

VANGELO VIVO


Il viceré di Napoli fece un'ispezione su una nave, interrogando personalmente i forzati. Tutti gli si affollavano intorno, proclamando la loro innocenza e chiedendo grazia. Solo uno non si unì agli altri, anzi gridò ad alta voce che era colpevole e non meritava pietà alcuna: «Eccellenza, ho condotto una vita scellerata. Sento solo un grande rimorso e so di dover scontare le mie colpe con questo durissimo lavoro». Il viceré, sorpreso di fronte a quella confessione, ordinò che fosse subito liberato: «È l'unico delinquente imbarcato qui sopra, in mezzo a tanti innocenti. Non vorrei che con la sua presenza corrompesse l'onestà di tutta questa brava gente!»







Parole di Vita - Luglio 2017

Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro” (Mt 11,28).

Stanchi e oppressi: queste parole ci suggeriscono l’immagine di persone – uomini e donne, giovani, bambini e anziani – che in qualsiasi modo portano pesi lungo il cammino della vita e sperano che arrivi il giorno in cui potersene liberare. In questo brano del vangelo di Matteo, Gesù rivolge un invito: “Venite a me …”. Egli aveva intorno a sé la folla venuta per vederlo e ascoltarlo; molti di essi erano persone semplici, povere, con poca istruzione, incapaci di conoscere e rispettare tutte le complesse prescrizioni religiose del tempo. Gravavano su di loro, inoltre, le tasse e l’amministrazione romana come un peso spesso impossibile da sostenere. Si trovavano nell’affanno e in cerca di una offerta di una vita migliore. Gesù, con il suo insegnamento, mostrava un’attenzione particolare verso di loro e verso tutti quelli che erano esclusi dalla società perché ritenuti peccatori. Egli desiderava che tutti potessero comprendere ed accogliere la legge più importante, quella che apre la porta della casa del Padre: la legge dell’amore. Dio infatti rivela le sue meraviglie a quanti hanno il cuore aperto e semplice. Ma Gesù invita anche noi, oggi, ad avvicinarci a lui. Egli si è manifestato come il volto visibile di Dio che è amore, un Dio che ci ama immensamente, così come siamo, con le nostre capacità e i nostri limiti, le nostre aspirazioni e i nostri fallimenti! E ci invita a fidarci della sua “legge” che non è un peso che ci schiaccia, ma un giogo leggero, capace di riempire il cuore di gioia in quanti la vivono. Essa richiede l’impegno a non ripiegarci su noi stessi, anzi a fare della nostra vita un dono sempre più pieno agli altri, giorno dopo giorno.

Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro”

Gesù fa anche una promessa: “… vi darò ristoro”. In che modo? Prima di tutto con la Sua presenza, che si rende più decisa e profonda in noi se lo scegliamo come il punto fermo della nostra esistenza; poi con una luce particolare, che illumina i nostri passi quotidiani e ci fa scoprire il senso della vita, anche quando le circostanze esterne sono difficili. Se, inoltre, cominciamo ad amare come Gesù stesso ha fatto, troveremo nell’amore la forza per andare avanti e la pienezza della libertà, perché è la vita di Dio che si fa strada in noi.

Così ha scritto Chiara Lubich: “… un cristiano, che non è sempre nella tensione di amare, non merita il nome di cristiano. E questo perché tutti i comandamenti di Gesù si riassumono in uno solo: in quello dell’amore per Dio e per il prossimo, nel quale vedere e amare Gesù. L’amore non è mero sentimentalismo ma si traduce in vita concreta, nel servizio ai fratelli, specie quelli che ci stanno accanto, cominciando dalle piccole cose, dai servizi più umili. Dice Charles de Foucauld: “Quando si ama qualcuno, si è molto realmente in lui, si è in lui con l’amore, si vive in lui con l’amore, non si vive più in sé, si è ‘distaccati’ da sé, ‘fuori’ di sé”(Scritti Spirituali, VII, Città Nuova, Roma 1975, p.110.). Ed è per questo amore che si fa strada in noi la sua luce, la luce di Gesù, secondo la sua promessa: “A chi mi ama … mi manifesterò a lui” (Gv 14, 21). L’amore è fonte di luce: amando si comprende di più Dio che è Amore” (…)”.1

Accogliamo l’invito di Gesù ad andare a Lui e riconosciamolo come sorgente della nostra speranza e della nostra pace. Accogliamo il suo “comandamento” e sforziamoci di amare, come Lui ha fatto, nelle mille occasioni che ci capitano ogni giorno in famiglia, in parrocchia, sul lavoro: rispondiamo all’offesa con il perdono, costruiamo ponti piuttosto che muri e mettiamoci al servizio di chi è sotto il peso delle difficoltà. Scopriremo in questa legge non un peso, ma un’ala che ci farà volare alto.

Letizia Magri

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