Parrocchia Sant'Erasmo

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17 settembre 2016 - 24a domenica t. ord.

Il padrone ebbe compassione di quel servo (Mt 18,27)

Carissimi,

il perdono è forse quello che più ci costa, ma è anche quello che ci salva e rende umana, schietta e vivibile la nostra società. Il perdono è tema centrale di questa domenica, è la risposta cristiana a tutto ciò che invita alla vendetta e alla violenza. Esso trova le sue motivazioni nel comportamento di Dio. La logica di perdono seguita da Dio fonda ed esige dal cristiano un comportamento simile. Come Dio sa superare il passato pesantemente negativo dandogli la possibilità di un nuovo inizio e liberandolo dal senso di colpa col perdono, così il perdonato è chiamato a dare al fratello la possibilità di riprendersi, di ricominciare di nuovo.

Un re ha davanti a sé un servo che ha un debito enorme, a farci comprendere come noi siamo davanti a Dio. La decisione del re arriva inattesa e sorprendente. Ma è la caratteristica dell’agire misericordioso di Dio, nell’anno di grazia inaugurato da Gesù. Il re ebbe compassione e condonò il debito. Matteo usa i verbi che ricordano l’agire divino: il re ha compassione, “si commuove nelle viscere”, verbo che caratterizza la misericordia divina rivelata da Gesù. E condona: ma il verbo è “perdonare”, usato per la remissione dei peccati.

È consolante pensare che Dio si commuove nelle viscere per ciascuno di noi. Non è un rapporto superficiale, ma un legame profondo e il suo perdono costituisce per ciascuno un nuovo inizio, che crea una capacità di amare in modo incondizionato.

Quel padrone non chiede al servo perdonato di aumentare le pratiche di pietà, ma lo manda in mezzo alla società ad essere testimone del perdono ricevuto. “Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno così come io ho avuto pietà di te?”. Impegniamoci in questa settimana ad essere persone di perdono, perché infinitamente perdonate da Dio. Auguri ai nove magnifici novelli presbiteri della nostra diocesi che dovranno esercitare il ministero del Perdono nel Sacramento della Penitenza, don Vincenzo ed il diacono don Antonio.


IL LORO PERDONO

Signore,

non ricordarti soltanto degli uomini di buona volontà,

ma anche di quelli cattivi.

Ma non per guardare a tutte le sofferenze

che ci hanno fatto patire:

ricordati piuttosto delle cose buone

che quelle sofferenze hanno fatto nascere in noi,

la fratellanza tra noi, la lealtà,

l’umiltà, il coraggio, la generosità,

la grandezza d’animo che ci è cresciuta dentro

per tutto quanto abbiamo sofferto;

e quando quegli uomini verranno al giudizio finale

lascia che i buoni frutti che da noi sono nati

siano il loro perdono.

(Preghiera composta durante la Seconda guerra mondiale

e trovata nel ghetto di Varsavia)


VANGELO VIVO

«Il piccolo negro Tom, come al solito dopo la scuola va a prendere il suo pacco di giornali da portare al rivenditore. Ma, accidenti! Gli scappa la pipì. Perché non andare nella bella toilette riservata ai bianchi? Tante volte vi era passato vicino con la tentazione di entrarci. Quella volta ci va. Ma, improvvisamente, arriva un grasso americano prepotente. Una violenta pedata... e il piccolo Tom si trova con la faccia per terra. Mio piccolo Tom, ora hai davanti a te due scelte. La prima è che ti alzi, umile e sottomesso, esci dalla toilette e appena fuori prendi a sassate lo schifoso bianco; poi fuggi via dai tuoi fratelli negri a proporre con loro: "Verrà un giorno in cui li uccideremo tutti!". Ma c'è una seconda scelta, più difficile, che io, Martin Luther King, ti indico. Tu, Tom, ti alzi, come Gesù sulla strada del Calvario, e, senza dir niente, perdoni al fratello bianco il male che ti ha fatto. Mio piccolo Tom, è troppo facile vendicarsi. Più difficile è amare. E noi, negri d'America, vogliamo costruire un domani migliore con la sola forza dell'amore».

Parola di vita – Settembre 2017

Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt 16, 24).
Gesù è nel mezzo della sua vita pubblica, nel pieno del suo annuncio che il Regno di Dio è vicino, e si prepara ad andare a Gerusalemme. I suoi discepoli, che hanno intuito la grandezza della sua missione ed hanno riconosciuto in lui l’Inviato di Dio atteso da tutto il popolo di Israele, si aspettano finalmente la liberazione dalla potenza romana e l’alba di un mondo migliore, portatore di pace e prosperità. Ma Gesù non vuole alimentare queste illusioni; dice chiaramente che il suo viaggio verso Gerusalemme non lo porterà al trionfo, ma piuttosto al rifiuto, alla sofferenza ed alla morte; rivela anche che il terzo giorno risorgerà. Parole difficili da comprendere ed accettare, tanto che Pietro reagisce e mostra di rifiutare un progetto tanto assurdo; cerca anzi di dissuadere Gesù. Dopo un secco rimprovero a Pietro, Gesù si rivolge a tutti i discepoli con un invito sconvolgente:

Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”.
Ma cosa chiede Gesù ai suoi discepoli di ieri e di oggi, con queste parole? Vuole che disprezziamo noi stessi? Che ci votiamo tutti ad una vita ascetica? Ci chiede di cercare la sofferenza per essere più graditi a Dio? Questa Parola ci esorta piuttosto ad incamminarci sui passi di Gesù, accogliendo i valori e le esigenze del Vangelo per assomigliare a Lui sempre di più. E questo significa vivere con pienezza la vita tutta intera, come ha fatto Lui, anche quando sul cammino appare l’ombra della croce.

Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”.
Non possiamo negarlo: ognuno ha la sua croce: il dolore, nelle sue varie forme, fa parte della vita umana, ma ci appare incomprensibile, contrario al nostro desiderio di felicità. Eppure è proprio lì che Gesù ci insegna a scoprire una luce inaspettata. Come avviene quando, entrando talvolta in alcune chiese, scopriamo quanto meravigliose e luminose siano le loro vetrate, che dall’esterno apparivano buie e senza bellezza. Se vogliamo seguirlo, Gesù ci chiede di fare un completo capovolgimento di valori, spostando noi stessi dal centro del mondo e rifiutando la logica della ricerca dell’interesse personale. Ci propone di fare più attenzione alle esigenze degli altri, che alle nostre; di spendere le nostre energie per far felici gli altri, come lui, che non ha perso un’occasione per confortare e dare speranza a quelli che ha incontrato. E con questo cammino di liberazione dall’egoismo può iniziare per noi una crescita in umanità, una conquista della libertà che realizza pienamente la nostra personalità.

Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”.
Gesù ci invita ad essere testimoni del vangelo, anche quando questa fedeltà è messa alla prova dalle piccole o grandi incomprensioni dell’ambiente sociale in cui viviamo. Gesù è con noi, e ci vuole con Lui in questo giocarci la vita per l’ideale più ardito: la fraternità universale, la civiltà dell’amore.Questa radicalità nell’amore è un’esigenza profonda del cuore umano, come testimoniano anche personalità di tradizioni religiose non cristiane, che hanno seguito la voce della coscienza fino in fondo. Scrive Gandhi: “Se qualcuno mi uccidesse e io morissi con una preghiera per il mio assassino sulle labbra, e il ricordo di Dio e la consapevolezza della sua viva presenza nel santuario del mio cuore, allora soltanto si potrà dire che ho la nonviolenza dei forti”.
Chiara Lubich ha trovato nel mistero di Gesù crocifisso e abbandonato la medicina per sanare ogni ferita personale ed ogni disunità tra persone, gruppi e popoli, ed ha condiviso con tanti questa scoperta. Nel 2007, in occasione di una manifestazione di Movimenti e Comunità di varie Chiese a Stoccarda, ha scritto: “Pure ciascuno di noi, nella vita, soffre dolori almeno un po’ simili ai suoi. ( …) Quando sentiamo (….) questi dolori, ricordiamoci di lui che li ha fatti propri: sono quasi una sua presenza, una partecipazione al suo dolore. Facciamo come Gesù, che non è rimasto impietrito, ma aggiungendo a quel grido le parole: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46), si è riabbandonato al Padre. Come lui anche noi possiamo andare al di là del dolore e superare la prova dicendogli: “Amo in essa te, Gesù abbandonato; amo te, mi ricorda te, è una tua espressione, un tuo volto”. E, se nel momento seguente ci buttiamo ad amare il fratello e la sorella e ad attuare ciò che Dio vuole, sperimentiamo, il più delle volte, che il dolore si trasforma in gioia (…). I piccoli gruppi in cui viviamo (…) possono conoscere piccole o grandi divisioni. Anche in quel dolore possiamo vedere il Suo volto, superare quel dolore in noi e far di tutto per ricomporre la fraternità con gli altri. (…) La cultura della comunione ha come via e modello Gesù crocifisso e abbandonato.”
(
Letizia Magri) Inizio modulo

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