Parrocchia Sant'Erasmo

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11 set 2016 - 24 t.o.

I volti della Misericordia

11 settembre 2016 - 24a domenica t. ord.

Carissimi,

ogni comunità ha tanta strada da fare sulla via della Misericordia.

Le letture di questa domenica sono incentrate sulla situazione di fragilità dell'uomo e sulla misericordia di Dio. Nella pagina evangelica possiamo cogliere come è Dio a perdonare il peccato e a riportarci alla comunione con sé. L'iniziativa divina appare chiara: è Lui che si mette alla ricerca della pecora, della moneta perduta, va incontro al figlio; ed è immensa la sua gioia quando può dare libero corso alla sua misericordia.

Il suo atteggiamento risulta tanto più sconcertante in quanto dimostra un amore tutto particolare per i lontani, per i peccatori: alla sola condizione che si lascino amare. Il suo desiderio è di riammetterli nell'ambito dell'intimità e della festa della famiglia.

Dio ama il peccatore: ed è perché lo ama che lo salva. Questo è il volto di Dio rivelato da Gesù.

Nella prima parte della parabola del Padre misericordioso e del figlio prodigo è dominante la figura del figlio minore. Il suo allontanarsi dalla casa paterna diventa un'illustrazione della sua decadenza morale. La lontananza è accentuata dallo sperpero del patrimonio che egli aveva ricevuto dal Padre: l'incapacità di far fruttare i beni ricevuti indica il totale fallimento dell'esperienza e sembra distruggere il legame familiare. In quella situazione “rientrò in sé”: è l'inizio della conversione che nasce da una presa di coscienza della situazione. Poi essa diventa azione: “Mi alzerò e andrò da mio Padre”. Da quel momento il protagonista diventa il Padre. Riempie tutti i vuoti e li colma del suo amore sovrabbondante. Appena accennato al primo passo da parte del figlio, il resto lo fa il Padre.

Il primo passo permette a Dio di essere Dio, misericordia infinita. Coltiviamo questa certezza, don Vincenzo ed il diacono don Antonio.

RITROVARTI DOPO ESSERSI SMARRITI

 

È così facile smarrire le tue vie nella vita concreta, Signore.

 

Lasciare spazio alle asperità del nostro carattere

quando familiari e amici, o semplici sconosciuti

rivendicano la loro presenza e le loro esigenze,

chiedono attenzione e considerazione,

vorrebbero essere trattati come trattiamo noi stessi.

 

Seguire le richieste e le istanze

del mondo professionale e sociale,

senza chiedersi se sono giuste e corrette, secondo le tue Parole,

senza immaginare se i nostri comportamenti di fronte ai clienti

sarebbero identici ci fosse al loro posto nostra madre.

 

Rinchiudersi nel proprio mondo tranquillo,

tenere fuori dalla porta le domande degli estranei,

inscatolare nel televisore o nelle riviste

i giusti appelli alla giustizia e alla dignità

provenienti dalle varie parti dell’unico mondo.

 

Seminare la zizzania delle mormorazioni,

i giudizi taglienti e senza contraddittorio,

le invenzioni che nascono dal “si dice” e diventano calunnie,

uccidendo la dignità e il bene che avrebbero costruito quelle persone.

 

Far crescere dentro di sé il risentimento, l’invidia, la superbia,

senza riuscire a guardarsi allo specchio alla ricerca della verità,

che è sempre riconoscere la propria condizione di creatura,

i cui meriti sono spesso legati alle possibilità ricevute come dono

dal proprio contesto, dalla propria storia, dalla propria vita.

 

Perdere di vista la meta finale dell’incontro con te,

senza dedicarti il tempo per far crescere la nostra relazione,

senza considerarti parametro ultimo di vita,

senza riconoscerti semplicemente Padre,

e accogliere la tua infinita tenerezza con gratitudine e gioia.

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