Parrocchia Sant'Erasmo

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28_mag_2017_Ascensione

28 maggio 2017 - ASCENSIONE



Io sono con voi tutti i giorni (Mt 28,20)

Carissimi, dov'è Gesù, oggi? A questa domanda, essenziale per noi cristiani, risponde il libro degli Atti degli Apostoli che ci dice come, dopo i quaranta giorni delle apparizioni ai discepoli, è stato "elevato in alto", oltre i cieli, dove secondo la cosmologia ebraica c'è la dimora di Dio. Torna al luogo per cui è fatto e da cui è venuto, come incarnazione del Dio vivente. Torna nella realtà divina con cui ha mantenuto una relazione durante tutta la vita terrena, meritando col suo atteggiamento di essere strappato dalla morte per l'intervento del Padre che lo risuscita.

Con l’ascensione Gesù inaugura un nuovo tipo di presenza, continuando la sua attività salvifica in modo diretto e dentro la nostra storia, anche attraverso la missione del credente e della Chiesa verso tutti i popoli. Se lo accolgono, sperimenteranno anch’essi la salvezza portata da Gesù. In questo modo Gesù resta con l’uomo, nella sua storia “fino alla fine del mondo”.

Così il Risorto si rende presente fra gli uomini: come Padre che ama, come Figlio che ha sofferto è morto ed è risorto e come Spirito che dà la vita. Oggi celebriamo la certezza della sua presenza!

L’ascensione dona un’anticipazione di cielo. Il cielo rimane sempre la nostra meta e in questo andare non siamo soli. Gesù non se ne va dai suoi, rimane con loro, accompagna la loro opera. Con il loro aiuto Egli è presente come Colui che vince. Il Signore del mondo è fra gli uomini. Egli cerca gli uomini, non è lontano, prenderà tutti nel suo regno. Il suo strumento siamo noi suoi discepoli che lo seguiamo e realizziamo la sua parola. Per noi Gesù non può essere soltanto un personaggio storico e la parola di un testo antico. Egli è vivo e al nostro fianco. Aprendo gli occhi dell'anima potremmo vederlo, sentirlo, riconoscerlo. Siamo nella novena di Pentecoste, in questi giorni preghiamo lo Spirito Santo che ci faccia sentire la presenza di Cristo nella nostra vita, don Vincenzo, don Rito ed il diacono don Antonio.


"QUANDO LO VIDERO SI PROSTRARONO”

Sembra una conquista della dignità umana

che non ci si prostri più davanti a nessuno,

salutando alla pari un papa o un capo di stato,

e persino te, Signore, che ti sei fatto pane

e che ti lasci accogliere nel palmo della mia mano.

Forse oggi ci alzeremmo in piedi, in standing ovation

al tuo ultimo saluto col tuo corpo visibile in terra.

Eppure gli Undici quel giorno si prostrarono,

nonostante alcuni dubitassero.

Si riconobbero piccoli e forse indegni davanti a quel Signore.

Certamente quell'atteggiamento ti piacque:

è la chiave per non ritenersi dèi, ma persone in cammino.

Per questo ti chiedo di insegnarmi

quel gesto antico e desueto dell'inginocchiarsi, nel corpo e nell'anima.

Inginocchiarmi davanti al tuo altare e alla bellezza del creato

inginocchiarmi davanti alla grandezza e maestria altrui;

inginocchiarmi per gli umili servizi nella mia dimora;

inginocchiarmi davanti a un malato, un povero, un rifugiato

che per il loro dolore e la loro sapienza sono prediletti da te.

Mi prostro davanti alla vita per onorarla, riconoscerla, riempirla.

E mi sento più giusto, vero, vivo.


VANGELO VIVO

QUANDO SI AFFRONTA IL DOLORE DELL’ALTRO E SI PERDONA

Lui ergastolano in carcere già da 25 anni per omicidio. Lei una madre cui hanno ucciso un ragazzo quindicenne. Ciro ed Elisabetta. E anche se non è stato Ciro a togliere la vita ad Andrea (il figlio di Elisabetta), che cosa ci può essere di più lontano e inconciliabile? Eppure il cammino di fede che entrambi hanno intrapreso per proprio conto li ha portati a incontrarsi. Convergenze parallele, anche per il tramite della confessione. “Ho conosciuto Elisabetta – racconta Ciro – nel carcere di Opera, a Milano, grazie al Rinnovamento nello Spirito e all’organizzazione Prison Fellowship Italia, durante gli incontri del Progetto Sicomoro, che fa confrontare detenuti con vittime di reati”. Elisabetta, ricorda l’uomo, “era entrata in carcere per gettarci in faccia tutta la sua rabbia e il suo dolore, ma ha scoperto la nostra sofferenza e un dolore simile al suo”. “Perdere un figlio mi ha fatto sperimentare la sofferenza più atroce, resa ancor più acuta dall’odio verso chi lo aveva ucciso”, dice Elisabetta. “Ma più odiavo, più stavo male”. Poi l’incontro in carcere e la riscoperta della misericordia. Il 12 marzo dell’anno scorso Ciro è uscito per la prima volta per un permesso di 12 ore. Insieme a Elisabetta e alla sua famiglia è andato a deporre un mazzo di fiori e a recitare una preghiera sulla tomba di Andrea. (da Avvenire)

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