Parrocchia Sant'Erasmo

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size

12 agosto 2018 - 19a domenica t. ord.

15 agosto 2018 – ASSUNZIONE DI MARIA

Io sono il pane vivo, disceso dal cielo (Gv 6,51)

Carissimi,

la Bibbia racconta di Elia che nel deserto è salvato da un pane provvidenziale, così l’uomo, specie nei momenti di crisi, si rende conto che non gli può bastare un pane “terreno”. Gesù si presenta come “pane disceso dal cielo” perché chi ne mangia non muoia, ma viva in eterno. Egli è diventato salvezza dell’uomo perché ha dato se stesso per noi. Gesù è la piena rivelazione di Dio perché è disceso dal cielo, è Colui che il Padre ha donato per la nostra salvezza.

Tutto questo è accessibile solo al credente. Infatti attorno a Gesù, di fronte a questa affermazione, la reazione della gente è la “mormorazione”, che significa incredulità e obiezione al disegno di Dio. Gesù non si ferma a dare una spiegazione; invita a rifiutare il comportamento incredulo lasciandosi attrarre dal Padre, ponendosi in suo ascolto e imparando da Lui.

Essere “scolari di Dio”, lasciarsi da Lui istruire: significa per noi ascoltare Dio e la sua Parola, accorgersi del suo insegnamento e imparare ad accoglierlo. Questo ascolto si attua nel giusto modo soltanto se si fa proprio quello che si è udito. Oggi per esempio, udiamo l’espressione “io sono il pane vivo”. Gesù si presenta come pane.

Tutti noi lo vediamo sopra le nostre tavole, tutti godiamo della sua fragranza. Quante volte abbiamo sentito il suo profumo, il profumo di pane appena sfornato. Gesù oggi si dona a me con questa immagine. Gesù si lascia mangiare.

Anch’io posso essere come Gesù. Mi lascio “mangiare” da chi incontro. Posso essere per loro come un pezzo di pane profumato. Quindi si va a Gesù nella fede: si mangia di Lui come del pane. Quindi anch’io mi lascio “mangiare” dagli altri come il pane. A questa condizione la vita eterna, che significa vita piena, realizzata, è in atto: la “mia” vita è “piena”.


Auguriamo a tutti buon Ferragosto, don Vincenzo ed il Diacono don Antonio.


LA VITA PIENA CHE IN MARIA

Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente (Lc 1,49)


Nel cuore dell’estate la Chiesa ci invita a guardare Maria. Docile alla parola di Dio, la Chiesa ha compreso Maria come la creatura umana più “gratificata” da Dio.

Piena di grazia è chiamata dall’angelo. Quindi da sempre essa è immensamente amata da Dio, di un amore che sa trasformare in profondità. Maria, Colei che la grazia ha trasformato; Colei che è stata creata in grazia. Non perché lo richiedesse qualche suo merito. In Lei c’è solo accoglienza a partire dal dono. Nata ricolma dell’amore dello Spirito Santo, Maria offre ogni giorno il suo “sì”, vivendo di fede e compiendo in sé il disegno della divina maternità.

Maria è Colei che ha realizzato con completezza il disegno che Dio le ha proposto. Lei guardando alla sua vita scopre una Presenza e loda e ringrazia Dio perché “grandi cose ha fatto per me”.

È un invito anche per noi questa affermazione di Maria nel suo cantico: guardare alla nostra vita, quella quotidiana, come ad un luogo abitato da Dio che agisce, che opera. Lo sappiamo: niente ci capita “a caso”, ma tutto è dono, tutto è grazia. Anche per noi, come per Maria, Dio fa: permette quell’incontro, quel fatto, quella lettura, quell’essere presente a quella situazione di sofferenza, di gioia… Puoi aspettare che passi o puoi vivere come viveva Maria: conservava nel suo cuore e fatto dopo fatto scopriva il realizzarsi del disegno di Dio.

Maria ha detto il suo “sì” all’angelo a Nazaret, a Cana di Galilea, mentre seguiva Gesù per le strade della Palestina, ai piedi della croce, nel cenacolo in attesa della Pentecoste. Anche noi “figli” possiamo essere come la Madre.


DAMMI OGGI IL PANE QUOTIDIANO

Dammi oggi, il pane quotidiano...
Il pane della speranza,
per dare speranza.
Il pane della gioia,
da poter spartire.
Il pane dell'intelligenza,

per varcare l'impossibile.
Il pane del sorriso,
da trasmettere agli altri.
Il pane della misericordia,
perché possa ricevere e dare perdono.
Il pane del dolore,
da condividere.
Il pane della grazia,
per non attaccarmi al male.
Il pane della fraternità,
per diventare una cosa sola con i miei fratelli.
Il pane del tempo,
per conoscerti.
Il pane del silenzio,
per amarti.

(Ernesto Olivero)



VANGELO VIVO

LA FORZA DEL SUO AMORE

Nell’ottobre del 2012, portavo mio marito, che era in carrozzina per morivi di salute, a fare delle terapie all’ospedale. Terminata la terapia, una mattina l’ho condotto nella cappella del policlinico, davanti all’immagine di Maria. Appena entrati ho notato la sua commozione, ma non ha parlato.

Dopo alcuni giorni mi ha confidato che, davanti alla Madonna, aveva sentito nell’intimo una voce che gli diceva: “Bentornato figlio mio! È da tanto tempo che ti aspettavo!”. Da quel giorno la sua vita è cambiata; la nostra vita di coppia è cambiata totalmente.

Le virtù teologali: la speranza

Non sono pochi coloro che, come il professor Veronesi che aveva a che fare ogni giorno con malati terminali, stimano la speranza vicina all’illusione, cui potrebbe seguire la delusione, che renderebbe più tragica la realtà. Meglio allora non sperare? «Io credo, - nota appunto Veronesi - che il nostro pensiero sia fatto di speranza, perché noi valutiamo il nostro futuro ogni minuto, anche soltanto per il minuto successivo, e desideriamo che sia un futuro positivo. Dunque la speranza ha una base logica che ci proietta nel futuro».

Se navighiamo in internet fra le tante pagine dedicate alla speranza, semplicemente considerata dal punto di vista umano, troviamo che il termine speranza, in latino “spes”, in greco “elpìs” ha attinenza con il “desiderio” e richiama le stelle “sider”. Nessuno cerca il male per sé, e quindi la speranza è tesa al bene; ne consegue che sperare ci è indispensabile per sopravvivere, e proprio per questo in ogni cultura la speranza emerge necessaria.

Approfondire questo tema è complesso, specialmente oggi, per varie ragioni: diverse sono le voci che si levano, che analizzano il mondo contemporaneo, che criticano il fondamento della speranza, nella forma immediata come in quella suprema. Pure chi come noi, poggia la propria esistenza sulla «speranza che non delude» che è Gesù Cristo, potrebbe trovarsi disorientato, se viene meno il barlume di fede indispensabile per dare luce ai nostri pensieri e impedirci di rimanere smarriti.

Nel sentito comune speranza indica ogni tipo di aspettativa e di auspicio. Si sente ripetere: “io spero”; anche se poi si sostituisce questa espressione con sinonimi: “mi auguro, mi attendo, auspico”. Il significato è sempre lo stesso: comunicare i desideri da realizzare, le attese che vorremmo vedere esaudite. Desideri innumerevoli e vari per contenuti, per importanza e per densità emotiva.

Il termine speranza attiene a situazioni di ogni momento della vita, a tutto ciò che quotidianamente alimenta, anche inconsciamente, la nostra voglia di vivere. Senza speranza si muore.Ma cos’è la speranza? Nel vocabolario troviamo due definizioni, ben distinte tra loro: la piccola speranza e la grande speranza.

Circa la piccola speranza, lo Zingarelli precisa: «è l’attesa fiduciosa di qualcosa in cui si è certi o ci si augura che consista il proprio bene, o di qualcosa che ci si augura avvenga secondo i propri desideri». La grande speranza è invece «una delle tre virtù teologali che, secondo la teologia cattolica consiste nella sicura attesa della beatitudine eterna e dell’assistenza della grazia per conseguirla».

La speranza porta a dare senso al vivere, ci permette di rialzarci più volte e anche quando pare perduta, va cercata, scovata e nutrita perché cresca e non muoia. In effetti potremmo dire che la speranza è la capacità di stare nel non ancora, incerto ma desiderabile: permette di mantenere vivo il desiderio di vivere e la ricerca del piacere di vivere; ci conduce fuori dalla sensazione di pura e semplice sopravvivenza.

La piccola speranza è una modalità, una posizione di fronte a ciò che accade; la rivincita, chiara e profonda di quanto si possa pensare, sull’apparente inutilità della vita, sul senso negativo di futuri progetti: sperare è porsi nel già del non ancora. È difficile comprendere la speranza quando resta un concetto astratto ed evanescente.

Occorre un passo successivo, abbiamo bisogno di toccare la speranza; è necessario che il cuore poggi su qualcosa di solido ed è qui che s’innesta il dono teologale della speranza: la grande speranza, che è Dio, roccia invincibile su cui saldamente il credente può costruire la sua esistenza. Questa speranza ha un nome: Gesù Cristo e un esempio ancor più vicino a noi esseri mortali, Maria.

Maria è modello incrollabile di questa speranza, anzi fontana di certa speranza come canta il sommo poeta Dante Alighieri nel Paradiso della Divina Commedia: «Qui se’ a noi meridiana face/ di caritate; e giuso, intra i mortali,/ se’ di speranza fontana vivace». Sì! Per Dante, la speranza assume il volto di una donna, di una madre, Maria, madre del Dio fatto uomo che c’immette nella certezza della vita che non muore.

L’inno «alla Vergine madre, figlia del tuo Figlio, umile e alta più che creatura, termine fisso d’eterno consiglio» è esempio di alta poesia con mistico respiro spirituale e teologico, che sempre m’impressiona. Fra tutte le genti, Maria è vivace fontana di speranza, sorgente continua di speranza, incarnazione di speranza che dà senso a tutto, luce della luce, colore del colore.

È Modello e Segno di sicura speranza verso cui guarda ogni credente, incamminato sui sentieri dell’umana esistenza. Contemplandola e invocandola, affidandoci a Lei percepiamo i segni della sicura speranza. Il giorno della mia ordinazione episcopale, il 12 dicembre 2009, il cardinal Bertone mi disse: «Il Santo Padre ti invia a quella Chiesa così provata (l’Aquila dove fui nominato vescovo ausiliare), perché tu possa manifestare la sua sollecitudine e animare e organizzare la speranza».

Organizzare la speranza non è facile se non ci si riferisce a un progetto più alto e sublime, che supera ogni umana prospettiva. Organizzare la speranza richiede il ricorso all’aiuto di Dio che sostiene chi, come Abramo, è incrollabile nel credere e sperare contro ogni umana evidenza. Una piccola prova di questa speranza, che non si perde nemmeno fra le macerie del terremoto, è quanto ho sperimentato il 24 agosto del 2016 e nelle successive ripetute scosse del sisma.

La missione di un vescovo è quella di attingere alla fontana della speranza, sorgente divina capace di ridare prospettive nuove a chi si trova nel morso della disperazione, della solitudine, dell’abbandono, del dolore e dell’incertezza. Nei giorni dopo il sisma ho incontrato persone provate duramente, che con il crollo delle case hanno visto la morte di tutti i loro cari e hanno perso tutto quel che avevano: li ho visti tentennare per più di un istante, ma poi sono riusciti ad aggrapparsi alla grande speranza che ha il volto di Gesù.

È qui che ho visto il miracolo della speranza, dono dell’amore divino che chiede l’umile fiducioso abbandono dell’essere umano. «La speranza - diceva don Giussani - è l’unica stazione in cui il grande treno dell’eterno si ferma un istante». Senza speranza non esiste possibilità di vita. La vita umana fortunatamente è immersa nella speranza. Soffermiamoci sulla scena drammatica di Maria ai piedi della croce dove muove il Dio fatto uomo.

Vedo in lei i lineamenti della Donna della speranza: è nell’ora del massimo abbandono che brilla la stella della speranza ed è proprio lì, sul Calvario, che Maria appare tra i mortali «di speranza fontana vivace». Inesauribile fonte di fiducia per chi soffre e per chi muore, per chiunque l’invoca «Madre di misericordia, vita dolcezza e speranza nostra».

Mons. Giovanni d’Ercole



PAROLA di VITA Luglio 2018

Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente

nella debolezza” (2 Cor 12,9).

Nella sua seconda lettera alla comunità di Corinto, l’apostolo Paolo si confronta con alcuni che mettono in discussione la legittimità della sua attività apostolica, ma non si difende elencando i propri meriti e successi. Al contrario, mette in evidenza l’opera che Dio ha compiuto, in lui e tramite lui. Paolo accenna ad una sua esperienza mistica, di profondo rapporto con Dio (1), ma per condividere subito dopo la sua sofferenza per una “spina” che lo tormenta. Non spiega di cosa si tratti esattamente, ma si capisce che è una difficoltà grande, che potrebbe limitarlo nel suo impegno di evangelizzatore. Per questo, confida di aver chiesto a Dio di liberarlo da questo impedimento, ma la risposta che riceve da Dio stesso è sconvolgente:

Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”.

Tutti facciamo continuamente esperienza delle nostre e altrui fragilità fisiche, psicologiche e spirituali, e vediamo intorno un’umanità spesso sofferente e smarrita. Ci sentiamo deboli e incapaci di risolvere tali difficoltà, persino di affrontarle, limitandoci al massimo a non fare male a nessuno. Questa esperienza di Paolo, invece, ci apre un orizzonte nuovo: riconoscendo ed accettando la nostra debolezza, possiamo abbandonarci pienamente nelle braccia del Padre, che ci ama come siamo e vuole sostenerci nel nostro cammino. Proseguendo questa lettera, infatti afferma ancora: “È quando sono debole che sono forte” (2) .

A questo proposito, Chiara Lubich ha scritto: “[…] La nostra ragione si ribella ad una simile affermazione, perché vi vede una lampante contraddizione o semplicemente un ardito paradosso. Invece essa esprime una delle più alte verità della fede cristiana. Gesù ce la spiega con la sua vita e soprattutto con la sua morte. Quando ha compiuto l’Opera che il Padre gli ha affidato? Quando ha redento l’umanità? Quando ha vinto sul peccato? Quando è morto in croce, annientato, dopo aver gridato: ‘Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato’. Gesù è stato più forte proprio quando è stato più debole. Gesù avrebbe potuto dare origine al nuovo popolo di Dio con la sua sola predicazione o con qualche miracolo in più o qualche gesto straordinario. Invece no. No, perché la Chiesa è opera di Dio ed è nel dolore e solo nel dolore che fioriscono le opere di Dio. Dunque nella nostra debolezza, nell’esperienza della nostra fragilità si cela un’occasione unica: quella di sperimentare la forza del Cristo morto e risorto […]” (3)

Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”.

È il paradosso del Vangelo: ai miti è promessa in eredità la terra (4) ; Maria, nel Magnificat (5) , esalta la potenza del Signore, che può esprimersi totalmente e definitivamente, nella storia personale e nella storia dell’umanità, proprio nello spazio della piccolezza e della totale fiducia nell’azione di Dio. Commentando questa esperienza di Paolo, Chiara così suggeriva ancora: “[…] la scelta che noi cristiani dobbiamo fare è assolutamente in senso contrario a quella che si fa ordinariamente. Qui si va, veramente, controcorrente. L’ideale di vita del mondo in genere consiste nel successo, nel potere, nel prestigio… Paolo al contrario ci dice che occorre gloriarsi delle debolezze […] Fidiamoci di Dio. Egli opererà sulla nostra debolezza, sul nostro nulla. E quando è Lui che agisce, possiamo star certi che compie opere che valgono, irradiano un bene durevole e vanno incontro alle vere necessità dei singoli e della collettività”.(6)

Letizia Magri

Inizio modulo

Fine modulo

 



You are here: