Parrocchia Sant'Erasmo

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16 settembre 2018 – 24a domenica t. ord.

Pietro gli rispose: Tu sei il Cristo (Mc 8,29)

Carisssimi,

il regno di Dio non si impone con l’autoritarismo o con il potere; si attua solo nel sacrificio, nella disponibilità a donare la propria vita per gli altri. È ciò che proclama Gesù nel vangelo odierno ma l’ apostolo Pietro non l’ha capito, pur avendo intuito chi è Gesù. Né lo comprendiamo ognuno di noi, ogni volta che ci limitiamo ad una fede senza le opere, a una fede comoda.

Il brano evangelico di questa domenica ci presenta Gesù in cammino con i discepoli verso i villaggi intorno a Cesarea di Filippo: a dirci subito che la “scoperta” di Gesù è un cammino. Lungo il viaggio Gesù interroga i discepoli, domandando loro che cosa pensasse la gente della sua persona. Ne risulta una percezione imperfetta: Gesù è un uomo del “passato”.

Egli allora interpella i discepoli e rivolge loro la stessa domanda. Ora essi non possono rispondere “per sentito dire”, ma la risposta deve essere necessariamente personale. A nome di tutti risponde Pietro: “Tu sei il Cristo”, cioè tu sei il Messia. Pietro lo riconosce come il definitivo “Unto” di Dio, che avrebbe condotto il popolo alla salvezza definitiva.

Ma anche questa risposta non basta a Gesù perché c’è modo e modo di pensarlo. In fondo la domanda di Gesù è profonda e va al cuore. E come se ci chiedesse: volete parlare di me, o volete vivere per me, con me e in me? In altre parole: Gesù Cristo per i discepoli è una teoria tra tante o una persona unica e irripetibile: un Dio che si è fatto servo dell’uomo fino alla croce. E questo Gesù propone a ciascuno: instaurare un legame indistruttibile di amore con la sua persona, vivere come Lui una vita all’insegna della gratuità e del dono totale di sé, fino a dare la propria vita.

Carissimi con questa domenica, dopo 13 anni, termino il mio ministero nella parrocchia di S. Erasmo. Auguro alla Comunità che col nuovo giovane parroco, prosegua il cammino con gioia e fecondo sia il ministero di don Gaetano Staiano che l’Arcivescovo don Franco vi presenterà domenica prossima, 23 Settembre alle ore 19.00. Vi ringrazio tutti ed in particolare il diacono don Antonio ed i validissimi collaboratori. Vi saluto cordialmente portandovi tutti nel cuore e sempre nel ricordo al Signore nella preghiera, vostro don Vincenzo Gargiulo


COME CRISTO, SERVI

Mandaci, o Dio, dei folli,

quelli che si impegnano a fondo,

che amano sinceramente, non a parole,

e che veramente sanno sacrificarsi sino alla fine.

Abbiamo bisogno di folli che accettino di perdersi

per servire Cristo.

Amanti di una vita semplice, alieni da ogni compromesso,

decisi a non tradire, capaci di accettare qualsiasi compito,

liberi e sottomessi al tempo stesso,

spontanei e tenaci, dolci e forti.


Se dovessi scegliere una reliquia della tua Passione,

prenderei proprio quel catino

colmo d'acqua sporca.

Girare il mondo con quel recipiente

e ad ogni piede cingermi dell'asciugatoio

e curvarmi fino a terra,

non alzando mai lo sguardo oltre il polpaccio

per non distinguere i nemici dagli amici,

e lavare i piedi del vagabondo, dell'ateo, del drogato,

del carcerato, dell'omicida,

di chi non mi saluta più,

di quel compagno per cui non prego più.

In silenzio, perché tutti capiscano il tuo amore nel mio.

(Madeleine Delbrêl)

VANGELO VIVO

Una laurea in ingegneria civile all'Aquila e una specializzazione in ambiente e territorio al Politecnico di Milano. Poi il lavoro di responsabile sicurezza, qualità e ambiente in un consorzio di aziende costruttrici di linee e impianti di energia da fonti rinnovabili. Quando scopre la "vocazione" Antonio Paoletti è adulto, ma riprende il cammino, in seminario, che lo porta il 13 maggio 2017, anniversario delle apparizioni di Fatima, a diventare sacerdote. Proprio lì ricevette la notizia della morte di un amico seminarista che lo confermò nella strada presa: sarà un ingegnere che costruisce con le "pietre" vive delle comunità a cui sarà inviato.

Parola di vita – Settembre 2018

«Accogliete con docilità la Parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza» (Gc 1,21).

La Parola di questo mese proviene da un testo attribuito a Giacomo, figura di rilievo nella Chiesa di Gerusalemme. Egli raccomanda al cristiano la coerenza tra il credere e l’agire.

Nel brano iniziale della lettera viene sottolineata una condizione essenziale: liberarsi da ogni malizia per accogliere la Parola di Dio e lasciarsi guidare da essa per camminare verso la piena realizzazione della vocazione cristiana.

La Parola di Dio ha una forza tutta sua: è creatrice, produce frutti di bene nella singola persona e nella comunità, costruisce rapporti di amore tra ognuno di noi con Dio e tra gli uomini.

Essa, dice Giacomo, è stata già “piantata” in noi.

«Accogliete con docilità la Parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza».

Come? Certamente perché Dio, fin dalla creazione, ha pronunciato una Parola definitiva: l’uomo è Sua “immagine”. Ogni creatura umana infatti è il “tu” di Dio, chiamato all’esistenza per condividere la Sua vita di amore e comunione.

Ma, per i cristiani, è il sacramento del battesimo che ci inserisce in Cristo, Parola di Dio entrata nella storia umana.

In ogni persona dunque Egli ha deposto il seme della sua Parola, che lo chiama al bene, alla giustizia, al dono di sé e alla comunione. Accolto e coltivato con amore nella propria “terra”, è capace di produrre vita e frutti.

«Accogliete con docilità la Parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza».

Luogo chiaro dove Dio ci parla è la Bibbia, che per i cristiani ha il suo vertice nei Vangeli. Occorre accogliere la Sua Parola nella lettura amorosa della Scrittura e, vivendola, possiamo vederne i frutti.

Possiamo ascoltare Dio anche nel profondo del nostro cuore, dove avvertiamo spesso l’invadenza di tante “voci”, di tante “parole”: slogan e proposte di scelte, modelli di vita, come anche preoccupazioni e paure … Ma come riconoscere la Parola di Dio e darle spazio perché viva in noi?

Occorre disarmare il cuore ed “arrenderci” all’invito di Dio, per metterci in un libero e coraggioso ascolto della Sua voce, spesso la più sottile e discreta.

Essa ci chiede di uscire da noi stessi e di avventurarci per le strade del dialogo e dell’incontro, con Lui e con gli altri, e ci invita a collaborare per rendere l’umanità più bella, in cui tutti ci riconosciamo sempre più fratelli.

«Accogliete con docilità la Parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza».

La Parola di Dio infatti ha la possibilità di trasformare il nostro quotidiano in una storia di liberazione dall’oscurità del male personale e sociale, ma attende la nostra adesione personale e consapevole, anche se imperfetta, fragile e sempre in cammino.

I nostri sentimenti e i nostri pensieri assomiglieranno sempre più a quelli di Gesù stesso, si rafforzeranno in noi la fede e la speranza nell’Amore di Dio, mentre i nostri occhi e le nostre braccia si apriranno alle necessità dei fratelli.

Così suggeriva Chiara Lubich nel 1992: «In Gesù si vedeva una profonda unità tra l’amore che Egli aveva per il Padre celeste e l’amore verso gli uomini suoi fratelli. C’era un’estrema coerenza tra le sue parole e la sua vita. E questo affascinava e attirava tutti. Così dobbiamo essere anche noi. Dobbiamo accogliere con la semplicità dei bambini le parole di Gesù e metterle in pratica nella loro purezza e luminosità, nella loro forza e radicalità, per essere dei discepoli come li vuole Lui, cioè dei discepoli uguali al maestro: altrettanti Gesù diffusi nel mondo. E ci potrebbe essere per noi una avventura più grande e più bella?»1.

Letizia Magri

 

1 C. Lubich, ‘Come il Maestro’, in «Città Nuova» 36 (1992/4), p. 33.



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