Parrocchia Sant'Erasmo

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Parola di Vita

Parole di Vita Ottobre 2015

Parola di Vita – Ottobre 2015

«Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli,

se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13, 35).

[presentazione]

È il distintivo, il segno di riconoscimento, la caratteristica tipica dei cristiani. O almeno dovrebbe esserlo, perché così Gesù ha pensato la sua comunità.

Un affascinante scritto dei primi secoli del cristianesimo, la Lettera a Diogneto, prende atto che «i cristiani non si differenziano dagli altri uomini né per territorio, né per il modo di parlare, né per la foggia dei loro vestiti. Infatti non abitano in città particolari, non usano qualche strano linguaggio, e non adottano uno speciale modo di vivere». Sono persone normali, come tutte le altre. Eppure possiedono un segreto che consente loro di incidere profondamente nella società, diventandone come l’anima (cf. cap. 5-6).

È un segreto che Gesù ha consegnato ai suoi discepoli poco prima di morire. Come gli antichi saggi d’Israele, come un padre nei confronti del figlio, anche lui, Maestro di sapienza, ha lasciato come eredità l’arte del saper vivere e del vivere bene. L’aveva appresa direttamente dal Padre: «tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi» (Gv 15, 15), ed era il frutto della sua esperienza nel rapporto con Lui. Essa consiste nell’amarsi gli uni gli altri. È questa la sua ultima volontà, il suo testamento, la vita del cielo che ha portato sulla terra, che condivide con noi perché diventi la nostra stessa vita.

Vuole che questa sia l’identità dei suoi discepoli, che vengano riconosciuti come tali dall’amore reciproco:

«Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri»

I discepoli di Gesù sono riconosciuti per il loro reciproco amore? «La storia della Chiesa è una storia di santità» ha scritto Giovanni Paolo II. Essa tuttavia «registra anche non poche vicende che costituiscono una contro-testimonianza nei confronti del cristianesimo» (Incarnationis Mysterium, 11). In nome di Gesù per secoli i cristiani si sono combattuti in guerre interminabili e continuano ad essere divisi tra di loro. Ci sono persone che ancora oggi associano i cristiani con le Crociate, con i tribunali dell’Inquisizione, oppure li vedono i difensori ad oltranza di una morale antiquata, che si oppongono al progresso della scienza.

Non era così dei primi cristiani della comunità nascente di Gerusalemme. Le persone erano ammirate dalla comunione dei beni che vi si viveva, dall’unità che vi regnava, dalla «letizia e semplicità di cuore» che la caratterizzava (cf. At 2,46). «Il popolo li esaltava», leggiamo sempre negli Atti degli Apostoli, con la conseguenza che ogni giorno «andava aumentando il numero degli uomini e delle donne che credevano nel Signore» (At 5,13-14). La testimonianza di vita della comunità aveva una forte capacità attrattiva. Perché anche oggi non siamo conosciuti come coloro che si contraddistinguono per l’amore? Che ne abbiamo fatto del comandamento di Gesù?

«Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri»

Tradizionalmente il mese di ottobre, in ambito cattolico, è dedicato alla “missione”, alla riflessione sul mandato di Gesù di andare in tutto il mondo ad annunciare il Vangelo, alla preghiera e al sostegno per quanti si trovano in prima linea. Questa parola di vita può essere un aiuto per tutti a rimettere a fuoco la dimensione fondamentale di ogni annuncio cristiano. Non è imposizione di una fede, non proselitismo, non aiuto interessato ai poveri perché si convertano. Non è neppure primariamente la difesa esigente dei valori morali o la ferma presa di posizione davanti alle ingiustizie e alle guerre, pur essendo atteggiamenti doverosi, che il cristiano non può eludere.

Prima di tutto l’annuncio cristiano è una testimonianza di vita che ogni discepolo di Gesù deve offrire personalmente: «L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri» (Evangelii nuntiandi, 41). Anche chi è ostile alla Chiesa spesso è toccato dall’esempio di quanti dedicano la loro vita agli ammalati, ai poveri e sono pronti a lasciare la patria per andare nei luoghi di frontiera ad offrire aiuto e vicinanza agli ultimi.

Ma soprattutto la testimonianza che Gesù richiede è quella di tutta una comunità che mostri la verità del Vangelo. Essa deve far vedere che la vita da lui portata può realmente generare una società nuova, nella quale si vivono rapporti di autentica fraternità, di aiuto e servizio vicendevole, di attenzione corale alle persone più fragili e bisognose.

La vita della Chiesa ha conosciuto simili testimonianze, come i villaggi per gli autoctoni costruiti dai Francescani e dai Gesuiti nel Sud America, o i monasteri con i borghi che nascevano attorno. Anche oggi comunità e movimenti ecclesiali danno vita a cittadelle di testimonianza dove si possono vedere i segni di una società nuova, frutto della vita evangelica, dell’amore reciproco.

«Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri»

Senza estraniarci dai luoghi che abitiamo e dalle persone che frequentiamo, se viviamo tra noi quell’unità per la quale Gesù ha dato la vita, potremo creare un modo di vivere alternativo e seminare attorno a noi germi di speranza e di vita nuova. Una famiglia che rinnova ogni giorno la volontà di vivere con concretezza nell’amore reciproco può diventare un raggio di luce nell’indifferenza reciproca del condominio o del vicinato. Una “cellula d’ambiente”, ossia due o più persone che si accordano per attuare con radicalità le esigenze del Vangelo nel proprio campo di lavoro, nella scuola, nella sede del sindacato, negli uffici amministrativi, in un carcere, potrà spezzare la logica della lotta per il potere e creare un clima di collaborazione e favorire il nascere di una insperata fraternità.

Non facevano così i primi cristiani al tempo dell’impero romano? Non è in questo modo che hanno diffuso la novità trasformante del cristianesimo? Siamo noi oggi “i primi cristiani”, chiamati, come loro, a perdonarci, a vederci sempre nuovi, ad aiutarci; in una parola, ad amarci con l’intensità con cui Gesù ha amato, nella certezza che la sua presenza in mezzo a noi ha la forza di coinvolgere anche altri nella logica divina dell’amore.

Fabio Ciardi








Parole di Vita Settembre 2015

Parola di Vita Settembre 2015 (scarica presentazione)

«Amerai il tuo prossimo come te stesso» (Mc 12,31)

Ecco una di quelle parole del Vangelo che domandano di essere vissute subito, con immediatezza. È così chiara, limpida – ed esigente – che non richiede tanti commenti. Per cogliere la forza in essa contenuta può essere tuttavia utile ricollocarla nel suo contesto. Gesù sta rispondendo alla domanda di uno scriba – uno degli studiosi della Bibbia – che gli ha chiesto quale fosse il più grande comandamento. Era una questione aperta, soprattutto da quando nelle Sacre Scritture erano stati individuati 613 precetti da osservare. Uno dei grandi maestri vissuto pochi anni prima, rabbi Shammaj, si era rifiutato di indicare il comandamento supremo. Altri invece, come farà poi Gesù, si orientavano già sulla centralità dell’amore. Rabbi Hillel, ad esempio, affermava: «Non fare al prossimo tutto ciò che è odioso a te; questa è tutta la legge. Il resto è solo spiegazione». Gesù non soltanto riprende l’insegnamento sulla centralità dell’amore, ma pone insieme, come unico comandamento, l’amore di Dio (cf. Dt 6, 4) e l’amore del prossimo (cf. Lv 19, 18). La risposta che egli dà allo scriba che lo interroga è infatti: «Il primo [comandamento] è: Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c’è altro comandamento più grande di questi».

«Amerai il tuo prossimo come te stesso»

Questa seconda parte dell’unico comandamento è espressione della prima parte, l’amore di Dio. A Dio sta talmente a cuore ogni sua creatura che per dargli gioia, per dimostrargli a fatti l’amore che abbiamo per lui, non vi è modo migliore che essere l’espressione del suo amore verso tutti. Come i genitori sono contenti quando vedono i loro figli andare d’accordo, aiutarsi, stare uniti, così anche Dio – che verso di noi è come un padre e una madre –, è contento quando vede che amiamo il prossimo come noi stessi, contribuendo così all’unità della famiglia umana. Già da secoli i Profeti andavano spiegando al popolo d’Israele che Dio vuole l’amore e non i sacrifici e gli olocausti (cf. Os 6, 6). Gesù stesso richiama il loro insegnamento, quando afferma: «Andate a imparare che cosa vuol dire: Misericordia io voglio e non sacrifici» (Mt 9, 13). Come infatti si può amare Dio che non si vede, se non si ama il fratello che si vede? (cf. 1 Gv 4, 20). Lo si ama, lo si serve, lo si onora, nella misura in cui amiamo, serviamo, onoriamo ogni persona, amica o sconosciuta, del nostro o di altri popoli, soprattutto i “piccoli”, i più bisognosi. È l’invito, rivolto ai cristiani di ogni tempo, a trasformare il culto in vita, ad uscire dalle chiese, dove si è adorato, amato, lodato Dio, per andare incontro agli altri, in modo da attuare quanto si è appreso nella preghiera e nella comunione con Dio.

«Amerai il tuo prossimo come te stesso»

Come vivere dunque questo comando del Signore? Ci ricordiamo innanzitutto che esso fa parte di un dittico inscindibile, che comprende l’amore di Dio. Occorre darsi il tempo per conoscere cos’è l’amore e come si ama, e quindi occorre fare spazio ai momenti di preghiera, di “contemplazione”, di dialogo con lui: lo si impara da Dio, che è Amore. Non si ruba tempo al prossimo quando si sta con Dio, anzi ci si prepara ad amare in modo sempre più generoso e appropriato. Nello stesso tempo, quando torniamo da Dio dopo aver amato gli altri, la nostra preghiera è più autentica, più vera, e si popola di tutte le persone incontrate, che riportiamo a lui. Per amare il prossimo come se stessi occorre poi conoscerlo come si conosce se stessi. Dovremmo giungere ad amare come l’altro vuole essere amato e non come a noi piacerebbe amarlo. Adesso che le nostre società si fanno sempre più multiculturali, con la presenza di persone provenienti da mondi molto diversi, la sfida è ancora più grande. Chi va in un Paese nuovo deve conoscerlo nelle sue tradizioni e nei suoi valori; soltanto così può capire e amare i suoi cittadini. Lo stesso per chi accoglie i nuovi immigrati, spesso spaesati, alle prese con una nuova lingua, con problemi di inserimento. Le diversità sono presenti all’interno della stessa famiglia, o negli ambiti di lavoro e di vicinato, anche quando sono composti da persone della stessa cultura. A noi piacerebbe trovare qualcuno pronto a dedicare il suo tempo ad ascoltarci, ad aiutarci a preparare un esame, a trovare un posto di lavoro, a riordinare la casa? Forse anche l’altro ha esigenze simili. Dobbiamo saperle intuire, facendoci attenti a lui, ponendoci in ascolto sincero, mettendoci nei suoi stessi panni. Conta anche la qualità dell’amore. L’apostolo Paolo, nel celebre inno alla carità, enumera alcune sue caratteristiche che non sarà inutile ricordare: essa è paziente, vuole il bene dell’altro, non è invidiosa, non assume atteggiamenti di superiorità, considera l’altro più importante di sé, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta (cf. 1 Cor 13,4, 7).

Quante occasioni dunque e quante sfumature nel vivere:

«Amerai il tuo prossimo come te stesso»

Possiamo infine ricordare che questa norma dell’esistenza umana è alla base della famosa “regola d’oro” che troviamo in tutte le religioni e nei grandi maestri della stessa cultura “laica”. Potremmo cercare, alle origini della propria tradizione culturale o credo religioso, analoghi inviti ad amare il prossimo e aiutarci a viverli insieme, indù e musulmani, buddhisti e aderenti alle religioni tradizionali, cristiani e uomini e donne di buona volontà.

Dobbiamo lavorare insieme per creare una nuova mentalità che dia valore all’altro, che inculchi il rispetto della persona, la tutela delle minoranze, l’attenzione verso i soggetti più deboli, che decentri dai propri interessi per mettere al primo posto quelli dell’altro.

Se tutti fossimo davvero consapevoli di dover amare il prossimo come noi stessi, fino a non fare all’altro ciò che non vorremmo fosse fatto a noi e che dovremmo fare all’altro ciò che vorremmo che l’altro facesse a noi, cesserebbero le guerre, la corruzione sparirebbe, la fraternità universale non sarebbe più un’utopia, la civiltà dell’amore diventerebbe presto una realtà.

Fabio Ciardi



Parole di Vito Agosto 2015

Parola di vita Agosto 2015

«Camminate nella carità» (Ef 5, 2)


In questa parola è racchiusa tutta l’etica cristiana. L’agire umano, se vuole essere come Dio l’ha pensato quando ci ha creati, e quindi autenticamente umano, deve essere animato dall’amore. Il cammino – metafora della vita – per giungere alla sua meta deve essere guidato dall’amore, compendio di tutta la legge.
L’apostolo Paolo rivolge questa esortazione ai cristiani di Efeso, come conclusione e sintesi di quanto ha appena scritto loro sul modo di vivere cristiano: passare dall’uomo vecchio all’uomo nuovo, essere veri e sinceri gli uni con gli altri, non rubare, sapersi perdonare, operare il bene…, in una parola “camminare nella carità”.
Converrà leggere per intero la frase da cui è tratta la parola incisiva che ci accompagnerà per tutto il mese: «Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore».
Paolo è convinto che ogni nostro comportamento deve avere come modello quello di Dio. Se l’amore è il segno distintivo di Dio, deve esserlo anche dei suoi figli: in questo essi devono imitarlo.
Ma come possiamo conoscere l’amore di Dio? Per Paolo è chiarissimo: esso si rivela in Gesù, che mostra come e quanto Dio ama. L’apostolo lo ha sperimentato in prima persona: «mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2, 20) ed ora lo rivela a tutti perché diventi l’esperienza dell’intera comunità.

«Camminate nella carità»

Qual è la misura dell’amore di Gesù, sul quale va modellato il nostro amore?
Esso, lo sappiamo, non ha confini, non pone preclusioni o preferenze di persone. Gesù è morto per tutti, anche per i suoi nemici, per chi lo stava crocifiggendo, proprio come il Padre che nel suo amore universale fa splendere il sole e fa scendere la pioggia su tutti, buoni e cattivi, peccatori e giusti. Ha saputo prendersi cura soprattutto dei piccoli e dei poveri, degli ammalati e degli esclusi; ha amato con intensità gli amici; è stato particolarmente vicino ai discepoli… Il suo amore non si è risparmiato, giungendo fino al punto estremo di donare la vita.

Ed ora chiama tutti a condividere il suo stesso amore, ad amare come lui ha amato.
Può farci paura questa chiamata, perché troppo esigente. Come possiamo essere imitatori di Dio, che ama tutti, sempre, per primo. Come amare con la misura dell’amore di Gesù? Come essere “nella carità”, così come ci viene richiesto dalla parola di vita?
È possibile soltanto se prima abbiamo fatto noi stessi l’esperienza di essere amati. Nella frase “camminate nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amato”, l’espressione nel modo in cui, può essere tradotta anche con perché.

«Camminate nella carità»

Camminare qui equivale ad agire, a comportarsi, come a dire che ogni nostra azione deve essere ispirata e mossa dall’amore. Ma forse non a caso Paolo impiega questa parola dinamica per ricordarci che amare si impara, che c’è tutta una strada da percorrere per raggiungere la larghezza del cuore di Dio.

Egli usa anche altre immagini per indicare la necessità del progresso costante, quale la crescita che da neonati conduce fino all’età adulta (cf 1 Cor 3, 1-2), lo sviluppo di una piantagione, la costruzione di un edificio, la corsa nello stadio per la conquista del premio (cf 1 Cor 9, 24).

Non siamo mai degli arrivati. Ci vuole tempo e costanza per giungere alla meta, senza arrendersi davanti alle difficoltà, senza mai lasciarci scoraggiare dai fallimenti e dagli sbagli, pronti sempre a ricominciare, senza rassegnarsi

alla mediocrità.
Agostino d’Ippona, forse pensando al suo sofferto cammino, scriveva in proposito: «Ti riesca sempre sgradito ciò che sei, se vuoi giungere a ciò che non sei ancora. Infatti là dove ti senti bene, ti fermi; e dici addirittura: “Basta così”, e così sprofondi. Aggiungi continuamente, cammina sempre, procedi in avanti di continuo: non fermarti lungo il cammino, non voltarti, non deviare. Resta indietro chi non avanza».

«Camminate nella carità»

Come procedere più celermente nel cammino dell’amore?
Poiché l’invito è rivolto a tutta la comunità – “camminate” –, sarà utile aiutarsi reciprocamente. È infatti triste e difficile intraprendere un viaggio da soli.
Potremmo iniziare col trovare l’occasione per ridirci ancora una volta tra noi – con gli amici, i familiari, i membri della stessa comunità cristiana…– la volontà di camminare insieme.

Potremmo condividere le esperienze positive su come abbiamo amato, in modo da imparare gli uni dagli altri.
Possiamo confidare, a chi può comprenderci, gli sbagli commessi e le deviazioni dal cammino, in modo da correggerci.
Anche la preghiera fatta insieme potrà darci luce e forza per andare avanti.
Uniti tra noi e con Gesù in mezzo a noi – la Via! – percorreremo fino in fondo il nostro “santo viaggio”: semineremo amore attorno a noi e raggiungeremo la meta: l’Amore.

Fabio Ciardi


Parole di vita Luglio 2015

Parola di Vita Luglio 2015

Abbiate coraggio, io ho vinto il mondo” (Gv 16, 33).

«Si concludono con queste parole i discorsi di addio che Gesù ha rivolto ai discepoli nella sua ultima cena, prima di essere consegnato nelle mani di coloro che lo avrebbero messo a morte. È stato un dialogo serrato, nel quale ha rivelato la realtà più profonda del suo rapporto con il Padre e della missione che egli gli ha affidato.

Gesù sta per lasciare la terra e tornare al Padre, mentre i discepoli rimarranno nel mondo per continuare la sua opera. Anch’essi, come lui, saranno odiati, perseguitati, perfino messi a morte (cf. 15, 18.20; 16, 2). La loro sarà una missione difficile come lo è stata la sua. Egli sa bene le difficoltà e le prove che i suoi amici dovranno affrontare: «Nel mondo avete tribolazioni», ha appena detto (16, 33).

Gesù si rivolge agli apostoli riuniti attorno a sé per quell’ultima cena, ma ha davanti tutte le generazioni di discepoli che lo avrebbero seguito lungo i secoli, anche noi.

È proprio vero. Pur tra le gioie disseminate sul nostro cammino, non mancano le “tribolazioni”: l’incertezza sul futuro, la precarietà del lavoro, le povertà e le malattie, le sofferenze a seguito delle calamità naturali e delle guerre, la violenza diffusa in casa e tra le nazioni. Vi sono poi le tribolazioni legate all’essere cristiani: la lotta quotidiana per rimanere coerenti al Vangelo, il senso di impotenza davanti a una società che sembra indifferente al messaggio di Dio, la derisione, il disprezzo se non l’aperta persecuzione da chi non comprende o si oppone alla Chiesa.

Gesù conosce le tribolazioni avendole vissute in prima persona ma dice:

Abbiate coraggio, io ho vinto il mondo”

Questa affermazione, così decisa e convinta, sembra una contraddizione. Come può Gesù affermare di aver vinto il mondo quando pochi momenti dopo aver pronunciato queste parole sarà fatto prigioniero, flagellato, condannato, ucciso nella maniera più crudele e vergognosa? Più che aver vinto sembra essere stato tradito, rifiutato, ridotto a nulla, e quindi sconfitto, clamorosamente.

In cosa consiste la sua vittoria? Certamente nella resurrezione: la morte non può tenerlo in suo possesso. La sua vittoria è talmente potente da rendere partecipi di essa anche noi: si rende presente tra di noi e ci porta con sé nella vita piena, nella nuova creazione.

Ma prima ancora la sua vittoria è stata l’atto stesso dell’amore più grande con il quale ha datola vita per noi. Qui, nella sconfitta, egli trionfa pienamente. Penetrando in ogni angolo della morte, ci ha liberato da tutto quanto ci opprime e ha trasformato ogni nostro negativo, ogni nostro buio e dolore, in un incontro con lui, Dio, Amore, pienezza.

Paolo, ogni volta che pensava alla vittoria di Gesù sembrava impazzire di gioia. Se egli, così affermava, ha affrontato ogni avversità, fino a quella suprema della morte e ha vinto, anche noi, con lui e in lui possiamo vincere ogni difficoltà, anzi, grazie al suo amore, siamo «più che vincitori»: «Io sono infatti persuaso che né morte né vita […], né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8, 37-39; cf. 1 Cor 15, 57).

Si comprende allora l’invito di Gesù a non avere più paura di niente:

Abbiate coraggio, io ho vinto il mondo”

Questa parola di Gesù, che terremo viva durante tutto il mese, potrà infonderci fiducia e speranza. Per quanto dure e difficili possano essere le circostanze nelle quali ci troviamo, abbiamo la certezza che esse sono già state fatte proprie e superate da Gesù.

Anche se noi non abbiamo la sua forza interiore, abbiamo lui stesso che vive e lotta con noi. «Se tu hai vinto il mondo – potremo dirgli quando ci sentiamo sopraffare dalle difficoltà, dalle prove, dalle tentazioni – saprai vincere anche questa mia ‘tribolazione’. A me, alla mia famiglia, ai miei colleghi di lavoro quanto sta avvenendo sembra un ostacolo insormontabile, abbiamo l’impressione di non farcela, ma con te fra noi troveremo il coraggio e la forza per affrontare questa avversità, fino ad essere “più che vincitori”».

Non si tratta di avere una visione trionfalista della vita cristiana, come se tutto fosse facile e già risolto. Gesù è vittorioso proprio nel momento in cui vive il dramma della sofferenza, dell’ingiustizia, dell’abbandono e della morte. La sua è la vittoria di chi affronta il dolore per amore, di chi crede nella vita dopo la morte.

Forse anche noi, a volte, come Gesù e come i martiri, dovremo attendere il Cielo per vedere la piena vittoria sul male. Spesso si ha timore a parlare del Paradiso, quasi che il suo pensiero fosse una droga per non affrontare con coraggio le difficoltà, un’anestesia per attutire le sofferenze, un alibi per non lottare contro le ingiustizie. La speranza del Cielo e la fede nella risurrezione sono invece un impulso potente ad affrontare ogni avversità, a sostenere gli altri nelle prove, a credere che la parola finale è quella dell’amore che vince l’odio, della vita che sconfigge la morte.

Dunque, ogni volta che ci imbattiamo in qualsiasi difficoltà, personale, di quanti ci sono vicino, o di quelli di cui veniamo a conoscenza nelle diverse parti del mondo, rinnoviamo la fiducia in Gesù, presente in noi e tra noi, che ha vinto il mondo, che ci rende partecipi della sua stessa vittoria, che ci spalanca il Paradiso dove è andato a prepararci un posto. In questo modo troveremo il coraggio per affrontare ogni prova. Tutto potremo superare, in colui che ci dà forza.

Fabio Ciardi

Parole di Vita Giugno 2015

Parola di Vita Giugno 2015

Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno” (Lc 10, 41-42).

Quanto affetto nel ripetere questo nome: Marta, Marta. La casa di Betania, alle porte di Gerusalemme, è un luogo dove Gesù usa fermarsi e riposare con i suoi discepoli. Fuori, in città, deve discutere, trova opposizione e rifiuto, qui invece c’è pace e accoglienza.

Marta è intraprendente e attiva. Lo dimostrerà anche alla morte del fratello, quando ingaggia con Gesù una conversazione sostenuta, nella quale lo interpella con energia. È una donna forte, che mostra una grande fede.

Alla domanda: “Credi che io sono la risurrezione e la vita?”, risponde senza esitare: “Sì, Signore, io credo” (cf. Gv 11, 25-27).

Anche adesso è indaffarata a preparare un’accoglienza degna del Maestro e dei suoi discepoli. È la padrona di casa (come dice il nome stesso: Marta significa “padrona”) e quindi si sente responsabile. Probabilmente sta preparando la cena per l’ospite di riguardo. Maria, la sorella, l’ha lasciata sola alle sue occupazioni.

Contrariamente alle consuetudini orientali, invece di stare in cucina, se ne sta con gli uomini ad ascoltare Gesù, seduta ai suoi piedi, proprio come la perfetta discepola. Per questo l’intervento un po’ risentito di Marta: «Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti» (Lc 10,40). Ed ecco la risposta affettuosa e insieme ferma di Gesù:

Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno.”

Non era contento Gesù dell’intraprendenza e del servizio generoso di Marta? Non gradiva l’accoglienza concreta e non avrebbe gustato volentieri le vivande che gli stava preparando? Poco dopo questo episodio, nelle parabole loderà amministratori, imprenditori e dipendenti che sanno mettere a frutto talenti e trafficare i beni (cf. Lc 12, 42; 19, 12-26). Ne loda perfino la scaltrezza (cf. Lc 16, 1-8). Non poteva quindi non rallegrarsi nel vedere una donna così piena di iniziativa e capace di un’accoglienza fattiva e copiosa.

Quello che le rimprovera è l’affanno e la preoccupazione che mette nel lavoro. È agitata, è «presa dai molti servizi» (Lc 10,40), ha perduto la calma. Non è più lei a guidare il lavoro, è piuttosto il lavoro che ha preso il sopravvento e la tiranneggia. Non è più libera, è diventata schiava della sua occupazione.

Non capita anche a noi a volte di disperderci nelle mille cose da fare? Siamo attratti e distratti da internet, dalle chat, dagli inutili sms. Anche quando sono gli impegni seri ad occuparci, essi possono farci dimenticare di rimanere attenti agli altri, di ascoltare le persone che ci sono vicine. Il pericolo è soprattutto perdere di vista perché e per chi lavoriamo. Il lavoro e le altre occupazioni diventano fine a se stessi.

Oppure siamo presi dall’ansia e dall’agitazione davanti a situazioni e problemi difficili che riguardano la famiglia, l’economia, la carriera, la scuola, il futuro nostro o dei figli, al punto di

dimenticare le parole di Gesù: «Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno» (Mt 6, 31-32). Meritiamo anche noi il rimprovero di Gesù:

Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno.”

Qual è la sola cosa di cui c’è bisogno? Ascoltare e vivere le parole di Gesù. Ad esse – e a lui che parla – non si può anteporre assolutamente nulla. Il vero modo di ospitare il Signore, di fargli casa, è accogliere ciò che egli ci dice. Proprio come ha fatto Maria, che ha dimenticato tutto, si è messa ai suoi piedi e non ha perduto una sua parola. Non saremo guidati dal desiderio di metterci in mostra o di primeggiare, ma di piacere a lui, di essere al servizio del suo regno.

Come Marta, anche noi siamo chiamati a fare “molte cose” per il bene degli altri. Gesù ci ha insegnato che il Padre è contento che portiamo “molto frutto” (cf. Gv 15, 8) e che addirittura faremo cose più grandi di lui (cf. Gv 14, 12). Egli attende dunque da noi dedizione, passione nel lavoro che ci è dato da compiere, inventiva, audacia, intraprendenza. Ma senza affanno e agitazione, con quella pace che viene dal sapere che stiamo compiendo la volontà di Dio.

La sola cosa che importa è dunque diventare discepoli di Gesù, lasciarlo vivere in noi, essere attenti ai suoi suggerimenti, alla sua voce sottile che ci orienta momento per momento. In questo modo sarà lui a guidarci in ogni nostra azione.

Nel compiere le “molte cose” non saremo distratti e dispersi perché, seguendo le parole di Gesù, saremo mossi soltanto dall’amore. In tutte le occupazioni faremo sempre una cosa sola: amare.

Fabio Ciardi

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