Parrocchia Sant'Erasmo

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Parola di Vita

Parola di vita Febbraio 2015

“Accoglietevi perciò gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi, per la gloria di Dio” (Rm 15, 7).
Volendo recarsi a Roma e da lì proseguire per la Spagna, l’apostolo Paolo si fa
precedere da una sua lettera alle comunità cristiane presenti in quella città. In esse, che
presto testimonieranno con un innumerevole numero di martiri la sincera e profonda
adesione al Vangelo, non mancano, come altrove, tensioni, incomprensioni, e perfino
rivalità. I cristiani di Roma presentano infatti una variegata estrazione sociale, culturale
e religiosa. Vi sono persone provenienti dal giudaismo, dal mondo ellenico e dall’antica
religione romana, forse dallo stoicismo o da altri orientamenti filosofici. Esse portano
con sé proprie tradizioni di pensiero e convinzioni etiche. Alcuni vengono definiti
“deboli”, perché seguono usanze alimentari particolari, sono ad esempio vegetariani, o
si attengono a calendari che indicano speciali giorni di digiuno; altri sono detti “forti”,
perché, liberi da questi condizionamenti, non sono legati a tabù alimentari o a rituali
particolari. A tutti Paolo rivolge un pressante invito:

“Accoglietevi perciò gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi, per la gloria di Dio”
Già precedentemente, nella lettera, era entrato nell’argomento rivolgendosi
prima ai “forti”, per invitarli ad “accogliere” i “deboli”, “senza discuterne le opinioni”;
poi ai “deboli” perché accolgano a loro volta i “forti” senza giudicarli, essendo stati loro
stessi “accolti” da Dio.
Paolo è infatti convinto che ognuno, pur nella diversità di opinioni e di usanze,
agisce per amore del Signore. Non c’è dunque motivo di giudicare chi pensa
diversamente, tanto meno di scandalizzarlo con un fare arrogante e con senso di
superiorità. Quello invece che occorre avere di mira è il bene di tutti, la “edificazione
vicendevole”, ossia la costruzione della comunità, la sua unità (cf. 14, 1-23).
Si tratta di applicare, anche in questo caso, la grande norma del vivere cristiano
ache Paolo aveva ricordato poco prima nella lettera: “Pienezza della Legge è la carità”
(13, 10). Non comportandosi più “secondo la carità” (14, 15), i cristiani di Roma erano
venuti meno allo spirito di fraternità, che deve animare i membri di ogni comunità.
L’apostolo propone come modello di accoglienza reciproca, quella di Gesù
quando, nella sua morte, invece di piacere a se stesso, prese su di sé le nostre
debolezze (14, 1-3). Dall’alto della croce attirò tutti a sé, ed accolse l’ebreo
Giovanni assieme al centurione romano, Maria Maddalena assieme al malfattore
crocifisso con lui.

“Accoglietevi perciò gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi, per la gloria di Dio”.
Anche nelle nostre comunità cristiane, pur essendo tutti “amati da Dio e santi
per chiamata” (1, 7), non mancano, al pari di quelle di Roma, disaccordi e contrasti tra
modi di vedere diversi e culture spesso distanti le une dalle altre. Spesso si
contrappongono tradizionalisti e innovatori – per usare un linguaggio forse un po’
semplicistico ma subito comprensibile –, persone più aperte e altre più chiuse,
interessate a un cristianesimo più sociale o più spirituale. Le diversità sono alimentate
da convinzioni politiche e da estrazioni sociali differenti. Il fenomeno immigratorio
attuale aggiunge alle nostre assemblee liturgiche e ai vari gruppi ecclesiali ulteriori
componenti di diversificazione culturale e di provenienza geografica.
Le stesse dinamiche scattano nei rapporti tra le diverse Chiese cristiane, ma
anche in famiglia, negli ambienti di lavoro o in quelli politici.
Si insinua allora la tentazione di giudicare chi non la pensa come noi e di
ritenersi superiori, in una sterile contrapposizione ed esclusione reciproche.

Il modello proposto da Paolo non è l’uniformismo che appiattisce, ma la comunione tra
diversi che arricchisce. Non a caso due capitoli primi, nella stessa lettera, parla
dell’unità del corpo e della diversità delle membra, così come della varietà dei carismi
che arricchiscono e animano la comunità (12, 3-13). Il modello non è, per usare
un’immagine di papa Francesco, la sfera dove ogni punto si trova equidistante dal
centro senza che vi siano differenze tra un punto e l’altro. Il modello è il poliedro che ha
superfici diverse tra loro e una composizione asimmetrica, dove tutte le parzialità
mantengono la loro originalità. «Persino le persone che possono essere criticate per i
loro errori, hanno qualcosa da apportare che non deve andare perduto. È l’unione dei
popoli, che, nell’ordine universale, conservano la loro peculiarità; è la totalità delle
persone in una società che cerca un bene comune che veramente incorpora tutti» 1.


“Accoglietevi perciò gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi, per la gloria di Dio”.

La parola di vita è un invito pressante a riconoscere il positivo che c’è nell’altro,
almeno per il fatto che Cristo ha dato la vita anche per quella persona che sarei portato a
giudicare. È un invito ad ascoltare lasciando cadere i meccanismi difensivi, a rimanere
aperti al cambiamento, ad accogliere le diversità con rispetto e amore, per giungere a
formare una comunità plurale e insieme unita.
Questa parola è stata scelta dalla Chiesa evangelica riformata per essere vissuta
dai suoi membri ed essere loro di luce per l’intero 2015. Condividerla, almeno in questo
mese, tra membri di altre Chiese, vuol essere già un segno di accoglienza reciproca.
Potremo così rendere gloria a Dio con un solo animo e una sola voce (15, 6),
perché, come scrive Martin Lutero, Dio «viene glorificato quando si accolgono i
peccatori e i deboli»2. Così ci ha accolto Gesù e in questo modo ha dato gloria al Padre.
Accogliamoci perciò anche noi gli uni gli altri, riconoscendoci tutti peccatori e deboli,
per la gloria di Dio.


Fabio Ciardi

Parola di Vita - Gennaio 2015

«Le dice Gesù: “Dammi da bere”» (Gv 4,7).

Gesù lascia la regione della Giudea diretto in Galilea. La strada lo porta ad attraversare la Samaria. A metà giornata, sotto il sole, stanco del cammino, si siede al pozzo che il patriarca Giacobbe aveva costruito 1700 anni prima. Ha sete, ma non ha un secchio per attingere l’acqua. Il pozzo è profondo, 35 metri, come si può vedere anche ai nostri giorni. I discepoli sono andati in paese a comprare qualcosa da mangiare. Gesù è rimasto solo.

Arriva una donna con una brocca e lui, con semplicità, le domanda da bere. E’ una richiesta che va contro le usanze del tempo: un uomo non si rivolge direttamente a una donna, soprattutto se è una sconosciuta. Inoltre tra Giudei e Samaritani vi sono divisioni e pregiudizi religiosi: Gesù è giudeo e la donna una samaritana. Il dissidio, e persino l’odio, tra i due popoli ha radici profonde, di origini storiche, politiche. Vi è un ulteriore steccato tra lui e lei, di tipo morale: la samaritana ha avuto più uomini e vive in situazione irregolare. Forse è per questo che non viene ad attingere acqua con le altre donne al mattino o alla sera, ma in un’ora insolita come quella, a mezzogiorno: per evitare i loro commenti.

Gesù non si lascia condizionare da nessun tipo di barriera e apre il dialogo con la straniera.

Vuole entrare nel suo cuore e le chiede: “Dammi da bere”


Ha in serbo un dono per lei, il dono di un’acqua viva. «Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me», lo sentiremo gridare (si potrebbe sostituire con: ‘esclamare ad alta voce’ ? ) più tardi nel tempio di Gerusalemme (Gv 7,37). L’acqua è essenziale per ogni tipo di vita e appare tanto più preziosa in ambienti aridi come nella Palestina. Quella che Gesù vuole donare è un’acqua “viva”, a simboleggiare la rivelazione di un Dio che è Padre ed è amore, lo Spirito Santo, la vita divina che

egli è venuto a portare. Tutto quanto egli dona è vivo e per la vita: lui stesso è il pane “vivo” (cf Gv 6,51ss), è la Parola che dà la vita (cf Gv 5,25) è semplicemente la Vita (cf Gv 11, 25-26). Sulla croce, ci dirà ancora Giovanni che ne era testimone, quando uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia, « subito ne uscì sangue e acqua» (Gv 19,34): è il dono estremo e totale di sé. (mi sembra che

questa parte apra ad tanti altri concetti e la frase che viene qui sotto non lega

subito, mentre legherebbe meglio se venisse omessa).

Ma Gesù non impone. Non la rimprovera neppure per la sua convivenza

irregolare. Lui che tutto può dare, chiede, perché realmente ha bisogno del dono di lei:

Dammi da bere

Chiede perché è stanco, ha sete. Lui, il Signore della vita, si fa mendicante, senza

nascondere la sua reale umanità. Chiede anche perché sa che invitando l’altra a donare se l’altra dona ella potrà aprirsi piùfacilmente ed essere pronta ad accogliere a sua volta.

Da questa richiesta inizia un colloquio fatto di argomentazioni, fraintendimenti,

approfondimenti al termine del quale Gesù può rivelare la propria identità. Il dialogo ha fatto crollare le barriere di difesa e ha portato alla scoperta della verità, l’acqua che egli è venuto a portare. La donna lascia ciò che in quel momento ha di più prezioso, la sua brocca, perché ha trovato ben altra ricchezza, e corre in città per iniziare a sua volta un dialogo con i vicini. Anche lei non impone, ma narra l’accaduto, comunica la propria esperienza e pone l’interrogativo sulla persona incontrata, che le ha chiesto:

Dammi da bere

In questa pagina di Vangelo mi pare di cogliere un insegnamento per il dialogo ecumenico di cui ogni anno, in questo mese, ci viene ricordata l’urgenza. La “Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani” ci fa prendere coscienza della divisione scandalosa tra le Chiese che continua da troppi anni e ci invita ad accelerare i tempi di una comunione profonda che superi ogni barriera, così come

Gesù ha superato le fratture tra Giudei e Samaritani.

Quella tra cristiani è soltanto una delle tante disunità che ci lacerano negli ambiti più vari, fatte di malintesi, dissidi in famiglia o nel condominio, tensioni sul lavoro, rancori verso gli immigrati. Le barriere che spesso ci dividono possono essere di tipo sociale, politico, religioso, o semplicemente frutto di diverse abitudini culturali che non sappiamo accettare. Sono quelle che scatenano i conflitti tra nazioni ed etnie, ma anche l’ostilità nel nostro quartiere. Non potremmo, come Gesù, aprirci all’altro, superando diversità e pregiudizi? Perché non ascoltare, al di là dei modi con cui può essere formulata, la richiesta di comprensione, di aiuto, di un po’ di attenzione? Anche in chi è di parte avversa o di altra estrazione culturale, religiosa, sociale, si nasconde un Gesù che si rivolge a noi e ci chiede:

Dammi da bere

Viene spontaneo ricordare un’altra parola simile di Gesù, pronunciata sulla croce, sempre testimoniata dal Vangelo di Giovanni: «Ho sete» (Gv 19,28). E’ la necessità primordiale, espressione di ogni altra necessità. In ogni persona bisognosa, disoccupata, sola, straniera, sia pure di un altro credo o convinzione religiosa, sia pure ostile, possiamo riconoscere Gesù che ci dice:

Ho sete” e che ci chiede: “Dammi da bere”. Basta offrire un bicchiere d’acqua, dice il Vangelo, per averne una ricompensa (cf Mt 10,42), per avviare quel dialogo che ricompone la fraternità.

Anche noi, a nostra volta, possiamo esprimere le nostre necessità, senza vergognarci di “avere sete” e chiedere a nostra volta: “Dammi da bere”. Potrà così iniziare un dialogo sincero e una comunione concreta, senza paura della diversità, del rischio della condivisione del nostro pensiero e dell’accoglienza di quello dell’altro. Facendo leva soprattutto sulle potenzialità di chi abbiamo di fronte, sui suoi valori presenti anche se nascosti, come ha fatto Gesù che ha saputo riconoscere nella donna qualcosa che lui non poteva fare, attingere acqua.

Fabio Ciardi

«Le dice Gesù: “Dammi da bere”» (Gv 4,7).

 

Gesù lascia la regione della Giudea diretto in Galilea. La strada lo porta ad attraversare la Samaria. A metà giornata, sotto il sole, stanco del cammino, si siede al pozzo che il patriarca Giacobbe aveva costruito 1700 anni prima. Ha sete, ma non ha un secchio per attingere l’acqua. Il pozzo è profondo, 35 metri, come si può vedere anche ai nostri giorni. I discepoli sono andati in paese a comprare qualcosa da mangiare. Gesù è rimasto solo.

Arriva una donna con una brocca e lui, con semplicità, le domanda da bere. E’ una richiesta che va contro le usanze del tempo: un uomo non si rivolge direttamente a una donna, soprattutto se è una sconosciuta. Inoltre tra Giudei e Samaritani vi sono divisioni e pregiudizi religiosi: Gesù è giudeo e la donna una samaritana. Il dissidio, e persino l’odio, tra i due popoli ha radici profonde, di origini storiche, politiche. Vi è un ulteriore steccato tra lui e lei, di tipo morale: la samaritana ha avuto più uomini e vive in situazione irregolare. Forse è per questo che non viene ad attingere acqua con le altre donne al mattino o alla sera, ma in un’ora insolita come quella, a mezzogiorno: per evitare i loro commenti.

Gesù non si lascia condizionare da nessun tipo di barriera e apre il dialogo con la straniera.

Vuole entrare nel suo cuore e le chiede: “Dammi da bere”

 

Ha in serbo un dono per lei, il dono di un’acqua viva. «Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me», lo sentiremo gridare (si potrebbe sostituire con: ‘esclamare ad alta voce’ ? ) più tardi nel tempio di Gerusalemme (Gv 7,37). L’acqua è essenziale per ogni tipo di vita e appare tanto più preziosa in ambienti aridi come nella Palestina. Quella che Gesù vuole donare è un’acqua “viva”, a simboleggiare la rivelazione di un Dio che è Padre ed è amore, lo Spirito Santo, la vita divina che

egli è venuto a portare. Tutto quanto egli dona è vivo e per la vita: lui stesso è il pane “vivo” (cf Gv 6,51ss), è la Parola che dà la vita (cf Gv 5,25) è semplicemente la Vita (cf Gv 11, 25-26). Sulla croce, ci dirà ancora Giovanni che ne era testimone, quando uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia, « subito ne uscì sangue e acqua» (Gv 19,34): è il dono estremo e totale di sé. (mi sembra che

questa parte apra ad tanti altri concetti e la frase che viene qui sotto non lega

subito, mentre legherebbe meglio se venisse omessa).

Ma Gesù non impone. Non la rimprovera neppure per la sua convivenza

irregolare. Lui che tutto può dare, chiede, perché realmente ha bisogno del dono di lei:

Dammi da bere

Chiede perché è stanco, ha sete. Lui, il Signore della vita, si fa mendicante, senza

nascondere la sua reale umanità. Chiede anche perché sa che invitando l’altra a donare se l’altra dona ella potrà aprirsi piùfacilmente ed essere pronta ad accogliere a sua volta.

Da questa richiesta inizia un colloquio fatto di argomentazioni, fraintendimenti,

approfondimenti al termine del quale Gesù può rivelare la propria identità. Il dialogo ha fatto crollare le barriere di difesa e ha portato alla scoperta della verità, l’acqua che egli è venuto a portare. La donna lascia ciò che in quel momento ha di più prezioso, la sua brocca, perché ha trovato ben altra ricchezza, e corre in città per iniziare a sua volta un dialogo con i vicini. Anche lei non impone, ma narra l’accaduto, comunica la propria esperienza e pone l’interrogativo sulla persona incontrata, che le ha chiesto:

 

Dammi da bere

In questa pagina di Vangelo mi pare di cogliere un insegnamento per il dialogo ecumenico di cui ogni anno, in questo mese, ci viene ricordata l’urgenza. La “Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani” ci fa prendere coscienza della divisione scandalosa tra le Chiese che continua da troppi anni e ci invita ad accelerare i tempi di una comunione profonda che superi ogni barriera, così come

Gesù ha superato le fratture tra Giudei e Samaritani.

Quella tra cristiani è soltanto una delle tante disunità che ci lacerano negli ambiti più vari, fatte di malintesi, dissidi in famiglia o nel condominio, tensioni sul lavoro, rancori verso gli immigrati. Le barriere che spesso ci dividono possono essere di tipo sociale, politico, religioso, o semplicemente frutto di diverse abitudini culturali che non sappiamo accettare. Sono quelle che scatenano i conflitti tra nazioni ed etnie, ma anche l’ostilità nel nostro quartiere. Non potremmo, come Gesù, aprirci all’altro, superando diversità e pregiudizi? Perché non ascoltare, al di là dei modi con cui può essere formulata, la richiesta di comprensione, di aiuto, di un po’ di attenzione? Anche in chi è di parte avversa o di altra estrazione culturale, religiosa, sociale, si nasconde un Gesù che si rivolge a noi e ci chiede:

Dammi da bere

Viene spontaneo ricordare un’altra parola simile di Gesù, pronunciata sulla croce, sempre testimoniata dal Vangelo di Giovanni: «Ho sete» (Gv 19,28). E’ la necessità primordiale, espressione di ogni altra necessità. In ogni persona bisognosa, disoccupata, sola, straniera, sia pure di un altro credo o convinzione religiosa, sia pure ostile, possiamo riconoscere Gesù che ci dice:

Ho sete” e che ci chiede: “Dammi da bere”. Basta offrire un bicchiere d’acqua, dice il Vangelo, per averne una ricompensa (cf Mt 10,42), per avviare quel dialogo che ricompone la fraternità.

Anche noi, a nostra volta, possiamo esprimere le nostre necessità, senza vergognarci di “avere sete” e chiedere a nostra volta: “Dammi da bere”. Potrà così iniziare un dialogo sincero e una comunione concreta, senza paura della diversità, del rischio della condivisione del nostro pensiero e dell’accoglienza di quello dell’altro. Facendo leva soprattutto sulle potenzialità di chi abbiamo di fronte, sui suoi valori presenti anche se nascosti, come ha fatto Gesù che ha saputo riconoscere nella donna qualcosa che lui non poteva fare, attingere acqua.

Fabio Ciardi

Parola di Vita - Dicembre 2014

«Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto»(Lc3,11).
Queste parole sono prese dalla predicazione del Battista. L'evangelista Luca riferisce che tra le
folle che correvano al Giordano per farsi battezzare, c'erano anche dei pubblicani (esattori delle imposte
per conto dell'autorità romana), i quali, a motivo di questa loro professione, erano considerati dei pubblici
peccatori; e c'erano dei militari i quali, a motivo della loro provenienza pagana, erano ritenuti dei “lontani
da Dio”; e fa notare la buona volontà da cui costoro erano animati, come dimostra la domanda che essi
rivolgono al Battista: che cosa fare per attuare la conversione richiesta per andare incontro la Messia?

«Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto».
Questa esortazione, con le sue indicazioni molto concrete, è la risposta che il Battista dà a queste
persone di buona volontà. Luca, riferendo questo particolare, vuole aiutarci a capire meglio che la
conversione del cuore, richiesta per andare incontro a Gesù, non consiste in belle parole e slanci
sentimentali, ma nel fare la volontà di Dio soprattutto nell'amare il nostro prossimo, nel solidarizzare
concretamente con lui e condividere con lui, quando manca del necessario, i nostri beni: cibo, vestito, al-
loggio, assistenza, ecc.
E quanto Gesù insegnerà più tardi. La vita cristiana, infatti, non consiste principalmente in lunghe
preghiere e penitenze estenuanti; non domanda di cambiare mestiere o professione - a meno che questa
non sia cattiva in se stessa -, bensì di vivere, nell'attività e nello stato di vita a cui apparteniamo, l'amore
del prossimo.

«Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto».
Un altro importante insegnamento, che l'evangelista vuole darci, è anche che l'amicizia con Dio e
la santità non sono riservate ad una categoria privilegiata di persone e non sono legate a particolari
condizioni di vita, ma aperte a tutti.
Inoltre vuole dirci che l'autentica vita cristiana, imperniata sull'amore del prossimo, è facilmente
capita e attira anche i cosiddetti “lontani”.

«Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto».
Come vivere allora questa Parola di Vita? Siamo nel mese in cui si celebra la festa del Natale. Il
Natale per la Chiesa non è semplice commemorazione di un avvenimento passato, ma è la celebrazione di
un mistero sempre presente, sempre attuale: la nascita di Gesù in noi e in mezzo a noi.
Come allora prepararci a Natale? Come fare in modo che Gesù nasca o rinasca in noi e fra noi?
Con l'amare concretamente.
Stiamo attenti che il nostro amore al prossimo non si fermi alle dichiarazioni o al sentimento, ma
passi, sempre all'azione, alle opere piccole e grandi.


Chiara Lubich

Parola di Vita - Novembre 2014

E' in te la sorgente della vita. (Sal 36,10)

Questa Parola della Scrittura ci dice qualcosa di così importante e vitale, da essere uno strumento di riconciliazione e di comunione. Anzitutto ci dice che una sola è la sorgente della vita, Dio. Da lui, dal suo amore creativo, nasce l'universo e ne fa la casa dell'uomo. E' lui che ci dà la vita con tutti i suoi doni. Il salmista, che conosce le asprezze e le aridità dei deserti e che sa cosa significa una sorgente d'acqua, con la vita che le fiorisce attorno, non poteva trovare un'immagine più bella per cantare la creazione che nasce, come un fiume dal grembo di Dio.Ecco, dunque, sgorgare dal cuore un inno di lode e di riconoscenza. Questo è il primo passo da fare, il primo insegnamento da cogliere nelle parole del Salmo: lodare e ringraziare Dio per la sua opera, per le meraviglie del cosmo e per quell'uomo vivente che è la sua gloria e l'unica creatura che sa dirgli:

E' in te la sorgente della vita.

Ma non è bastato all'amore del Padre, pronunciare la Parola con cui tutto è stato creato. Ha voluto che la sua stessa Parola prendesse la nostra carne. Dio, l'unico vero Dio, si è fatto uomo in Gesù e ha portato sulla terra la sorgente della vita. La fonte di ogni bene, di ogni essere e di ogni felicità è venuta a stabilirsi fra di noi, perché l'avessimo, per così dire, a portata di mano. "Io sono venuto - dice Gesù - perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza" (Gv 10,10). Egli ha riempito di sé ogni tempo e spazio della nostra esistenza. E ha voluto rimanere con noi per sempre, in modo da poterlo riconoscere ed amare sotto le più varie spoglie. A volte ci viene da pensare: "Come sarebbe bello vivere ai tempi di Gesù!" Ebbene, il suo amore ha inventato un modo per rimanere non in un piccolo angolo della Palestina, ma su tutti i punti della terra: Egli si fa presente nell'Eucaristia, secondo la sua promessa. E lì noi possiamo abbeverarci per nutrire e rinnovare la nostra vita.

E' in te la sorgente della vita.

Un'altra fonte cui attingere l'acqua viva della presenza di Dio è il fratello, la sorella. Ogni prossimo, specie quello bisognoso, che ci passa accanto, se noi lo amiamo, non si può considerare un nostro beneficato ma un nostro benefattore perché ci dona Dio. Infatti, amando Gesù in lui ["Ho avuto fame (...), ho avuto sete (...), ero uno straniero (...), ero in carcere (...)] (Cf Mt 25,31-40) riceviamo in cambio il suo amore, la sua vita, perché lui stesso, presente nei nostri fratelli e sorelle, ne è la sorgente. Una fontana ricca di acqua è anche la presenza di Dio dentro di noi. Egli sempre ci parla e sta a noi ascoltare la sua voce, che è quella della coscienza. Quanto più ci sforziamo di amare Dio e il prossimo, tanto più la sua voce si fa forte e sovrasta tutte le altre.
Ma c'è un momento privilegiato nel quale come mai possiamo attingere alla sua presenza dentro di noi: è quando preghiamo e cerchiamo di andare in profondità nel rapporto diretto con lui, che abita nel fondo della nostra anima. E' come una vena d'acqua profonda che non s'asciuga mai, che è sempre a nostra disposizione e che ci può dissetare in ogni momento.
Basterà chiudere un attimo le imposte dell'anima e raccoglierci, per trovare questa sorgente, pur nel bel mezzo del più arido deserto. Fino a raggiungere quell'unione con lui nella quale si sente che non siamo più soli, ma siamo in due: egli in me e io in lui. Eppure siamo - per suo dono - uno come l'acqua e la sorgente, il fiore e il suo seme. […] La Parola del Salmo ci ricorda, dunque, che è solo Dio la sorgente della vita e quindi della comunione piena, della pace e della gioia. Quanto più ci abbevereremo a questa fonte, quanto più vivremo di quell'acqua viva che è la sua Parola, tanto più ci avvicineremo gli uni gli altri e vivremo come fratelli e sorelle.
Allora si avvererà, come continua il Salmo: "Quando ci illumini viviamo nella luce"1 , quella luce che l'umanità attende.

Chiara Lubich


Parola di Vita - Ottobre 2014

"Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete" (Gv 6,35).

Nel suo vangelo, Giovanni narra che Gesù, dopo aver moltiplicato i pani, nel grande discorso tenuto a Cafarnao, dice fra il resto: “Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà” (Gv 6,27).
E’ evidente, per i suoi uditori, il riferimento alla manna, come anche all’aspettativa della “seconda” manna che scenderà dal cielo nel tempo messianico.
Poco dopo, nello stesso discorso, alla folla che ancora non comprende, Gesù si presenta egli stesso come il vero pane disceso dal cielo, che deve essere accettato mediante la fede.

Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete”

Gesù si vede già pane. E’ dunque quello il motivo ultimo della sua vita qui sulla terra. Essere pane per essere mangiato. Ed essere pane per comunicarci la sua vita, per trasformarci in lui. Fin qui il significato spirituale di questa parola, con i suoi richiami all’Antico Testamento, è chiaro. Ma il discorso si fa misterioso e ostico quando più avanti Gesù dice di se stesso: “Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (Gv 6,51b) e “se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita” (Gv 6,53).

E’ l’annuncio dell’Eucaristia che scandalizza e allontana tanti discepoli. Ma è il dono più grande che Gesù vuol fare all’umanità: la sua presenza nel sacramento dell’Eucaristia, che dà la sazietà dell’anima e del corpo, la pienezza della gioia, per l’intima unione con Gesù.
Nutriti di questo pane ogni altra fame non ha più ragione di esistere. Ogni nostro desiderio di amore e di verità è saziato da chi è lo stesso Amore, la stessa Verità.

Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete”

Dunque questo pane nutre di Lui fin da quaggiù, ma ci è dato perché possiamo a nostra volta saziare la fame spirituale e materiale dell’umanità che ci circonda.
Il mondo non riceve tanto l’annuncio di Cristo dall’Eucaristia, quanto dalla vita dei cristiani nutriti di essa e della Parola, i quali predicando il Vangelo con la vita e con la voce, rendono presente Cristo in mezzo agli uomini.
La vita della comunità cristiana, grazie all’Eucaristia, diventa la vita di Gesù, una vita quindi capace di dare l’amore, la vita di Dio agli altri.

Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete”

Con la metafora del pane, Gesù ci insegna anche il modo più vero, più “cristiano” di amare il nostro prossimo.

Infatti, che cosa significa amare?
Amare significa “farsi uno” con tutti, farsi uno in tutto quello che gli altri desiderano, nelle cose più piccole e insignificanti e in quelle che forse a noi importano poco ma che agli altri interessano.
E Gesù ha esemplificato in maniera stupenda questo modo di amare facendosi pane per noi. Egli si fa pane per entrare in tutti, per farsi mangiabile, per farsi uno con tutti, per servire, per amare tutti.
Farsi uno anche noi dunque fino a lasciarsi mangiare.

Questo è l’amore, farsi uno in modo che gli altri si sentano nutriti dal nostro amore, confortati, sollevati, compresi.

Chiara Lubich

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