Parrocchia Sant'Erasmo

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Parola di Vita

Parola di vita Marzo 2015

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Durante il suo viaggio a nord della Galilea, nei villaggi attorno alla città di Cesarea di Filippo, Gesù domanda ai suoi discepoli cosa pensano di lui. Pietro, a nome di tutti, confessa che egli è il Cristo, il Messia atteso da secoli. A scanso di equivoci Gesù spiega chiaramente come intende attuare la propria missione. Libererà sì il suo popolo, ma in maniera inaspettata, pagando di persona: dovrà molto soffrire, essere riprovato, venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare. Pietro non accetta questa visione del Messia – se lo immaginava, come tanti altri al suo tempo, come una persona che avrebbe agito con potenza e forza sconfiggendo i Romani e mettendo la nazione di Israele al suo posto giusto nel mondo – e rimprovera Gesù, che lo ammonisce a sua volta: «Tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini» (cf 8, 31-33).

Gesù si rimette in cammino, questa volta verso Gerusalemme, dove si compirà il suo destino di morte e risurrezione. Ora che i suoi discepoli sanno che andrà a morire, vorranno ancora seguirlo? Le condizioni che Gesù richiede sono chiare ed esigenti. Convoca la folla e i suoi discepoli attorno a sé e dice loro:

“Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”

Erano rimasti affascinati da lui, il Maestro, quando era passato sulle rive del lago, mentre gettavano le reti per la pesca, o al banco delle imposte. Senza esitazione avevano abbandonato barche, reti, banco, padre, casa, famiglia per corrergli dietro. Lo avevano visto compiere miracoli e ne avevano ascoltato le parole di sapienza. Fino a quel momento lo avevano seguito animati da gioia ed entusiasmo.

Seguire Gesù era tuttavia qualcosa di ancor più impegnativo. Adesso appariva chiaro che significava condividerne appieno la vita e il destino: l’insuccesso e l’ostilità, perfino la morte, e quale morte! La più dolorosa, la più infamante, quella riservata agli assassini e ai più spietati delinquenti. Una morte che le Sacre Scritture definivano “maledetta” (cf Deut 21, 23). Il solo nome di “croce” metteva terrore, era quasi impronunciabile. È la prima volta che questa parola appare nel Vangelo. Chissà che impressione ha lasciato in quanti lo ascoltavano.

Adesso che Gesù ha affermato chiaramente la propria identità, può mostrare con altrettanta chiarezza quella del suo discepolo. Se il Maestro è colui che ama il suo popolo fino a morire per esso, prendendo su di sé la croce, anche il discepolo, per essere tale, dovrà mettere da parte il proprio modo di pensare per condividere in tutto la via del Maestro, a cominciare dalla croce:

“Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”

Essere cristiani significa essere altri Cristo: avere «gli stessi sentimenti di Cristo Gesù», il quale «umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce» (Fil 2, 5.8); essere crocifissi con Cristo, al punto da poter dire con Paolo: «non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me» (Gal 2, 20); non sapere altro «se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso» (1 Cor 2, 2). È Gesù che continua a vivere, a morire, a risorgere in noi. È il desiderio e l’ambizione più grande del cristiano, quella che ha fatto i grandi santi: essere come il Maestro. Ma come seguire Gesù per diventare tali?

Il primo passo è “rinnegare se stessi”, prendere le distanze dal proprio modo di pensare. Era il passo che Gesù aveva chiesto a Pietro quando lo rimproverava di pensare secondo gli uomini e non secondo Dio. Anche noi, come Pietro, a volte vogliamo affermare noi stessi in maniera egoistica, o almeno secondo i nostri criteri. Cerchiamo il successo facile e immediato, spianato da ogni difficoltà, guardiamo con invidia chi fa carriera, sogniamo di avere una famiglia unita e di costruire attorno a noi una società fraterna e una comunità cristiana senza doverle pagare a caro prezzo.

Rinnegare se stessi significa entrare nel modo di pensare di Dio, quello che Gesù ci ha mostrato nel proprio modo di agire: la logica del chicco di grano che deve morire per portare frutto, del trovare più gioia nel dare che nel ricevere, dell’offrire la vita per amore, in una parola, del prendere su di sé la propria croce:

“Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”

La croce – quella di “ogni giorno”, come dice il Vangelo di Luca (9, 23) – può avere mille volti: una malattia, la perdita del lavoro, l’incapacità di gestire i problemi familiari o quelli professionali, il senso di fallimento davanti all’insuccesso nel creare rapporti autentici, il senso di impotenza davanti ai grandi conflitti mondiali, l’indignazione per i ricorrenti scandali nella nostra società… Non occorre cercarla, la croce, ci viene incontro da sé, forse proprio quando meno l’aspettiamo e nei modi che mai avremmo immaginato.

L’invito di Gesù è di “prenderla”, senza subirla con rassegnazione come un male inevitabile, senza lasciare che ci cada addosso e ci schiacci, senza neppure sopportarla con fare stoico e distaccato. Accoglierla invece come condivisione della sua croce, come possibilità di essere discepoli anche in quella situazione e di vivere in comunione con lui anche in quel dolore, perché lui per primo ha condiviso la nostra croce. Quando infatti Gesù si è caricato della sua croce, con essa ha preso sulle spalle ogni nostra croce. In ogni dolore, qualunque volto esso abbia, possiamo dunque trovare Gesù che già lo ha fatto suo.

Igino Giordani, vede in proposito l’inversione del ruolo di Simone di Cirene che porta la croce di Gesù: la croce «pesa di meno se Gesù ci fa da Cireneo». E pesa ancora di meno, continua, se la portiamo insieme: «Una croce portata da una creatura alla fine schiaccia; portata insieme da più creature con in mezzo Gesù, ovvero prendendo come Cireneo Gesù, si fa leggera: giogo soave. La scalata, fatta in cordata da molti, concordi, diviene una festa, mentre procura un’ascesa»[1].

Prendere la croce dunque per portarla con lui, sapendo che non siamo soli a portarla perché lui la porta con noi, è relazione, è appartenenza a Gesù, fino alla piena comunione con lui, fino a diventare altri lui. È così che si segue Gesù e si diventa veri discepoli. La croce sarà allora davvero per noi, come per Cristo, «potenza di Dio» (1 Cor 1, 18), via di risurrezione. In ogni debolezza troveremo la forza, in ogni buio la luce, in ogni morte la vita, perché troveremo Gesù.

Fabio Ciardi

Parola di vita Febbraio 2015

“Accoglietevi perciò gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi, per la gloria di Dio” (Rm 15, 7).
Volendo recarsi a Roma e da lì proseguire per la Spagna, l’apostolo Paolo si fa
precedere da una sua lettera alle comunità cristiane presenti in quella città. In esse, che
presto testimonieranno con un innumerevole numero di martiri la sincera e profonda
adesione al Vangelo, non mancano, come altrove, tensioni, incomprensioni, e perfino
rivalità. I cristiani di Roma presentano infatti una variegata estrazione sociale, culturale
e religiosa. Vi sono persone provenienti dal giudaismo, dal mondo ellenico e dall’antica
religione romana, forse dallo stoicismo o da altri orientamenti filosofici. Esse portano
con sé proprie tradizioni di pensiero e convinzioni etiche. Alcuni vengono definiti
“deboli”, perché seguono usanze alimentari particolari, sono ad esempio vegetariani, o
si attengono a calendari che indicano speciali giorni di digiuno; altri sono detti “forti”,
perché, liberi da questi condizionamenti, non sono legati a tabù alimentari o a rituali
particolari. A tutti Paolo rivolge un pressante invito:

“Accoglietevi perciò gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi, per la gloria di Dio”
Già precedentemente, nella lettera, era entrato nell’argomento rivolgendosi
prima ai “forti”, per invitarli ad “accogliere” i “deboli”, “senza discuterne le opinioni”;
poi ai “deboli” perché accolgano a loro volta i “forti” senza giudicarli, essendo stati loro
stessi “accolti” da Dio.
Paolo è infatti convinto che ognuno, pur nella diversità di opinioni e di usanze,
agisce per amore del Signore. Non c’è dunque motivo di giudicare chi pensa
diversamente, tanto meno di scandalizzarlo con un fare arrogante e con senso di
superiorità. Quello invece che occorre avere di mira è il bene di tutti, la “edificazione
vicendevole”, ossia la costruzione della comunità, la sua unità (cf. 14, 1-23).
Si tratta di applicare, anche in questo caso, la grande norma del vivere cristiano
ache Paolo aveva ricordato poco prima nella lettera: “Pienezza della Legge è la carità”
(13, 10). Non comportandosi più “secondo la carità” (14, 15), i cristiani di Roma erano
venuti meno allo spirito di fraternità, che deve animare i membri di ogni comunità.
L’apostolo propone come modello di accoglienza reciproca, quella di Gesù
quando, nella sua morte, invece di piacere a se stesso, prese su di sé le nostre
debolezze (14, 1-3). Dall’alto della croce attirò tutti a sé, ed accolse l’ebreo
Giovanni assieme al centurione romano, Maria Maddalena assieme al malfattore
crocifisso con lui.

“Accoglietevi perciò gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi, per la gloria di Dio”.
Anche nelle nostre comunità cristiane, pur essendo tutti “amati da Dio e santi
per chiamata” (1, 7), non mancano, al pari di quelle di Roma, disaccordi e contrasti tra
modi di vedere diversi e culture spesso distanti le une dalle altre. Spesso si
contrappongono tradizionalisti e innovatori – per usare un linguaggio forse un po’
semplicistico ma subito comprensibile –, persone più aperte e altre più chiuse,
interessate a un cristianesimo più sociale o più spirituale. Le diversità sono alimentate
da convinzioni politiche e da estrazioni sociali differenti. Il fenomeno immigratorio
attuale aggiunge alle nostre assemblee liturgiche e ai vari gruppi ecclesiali ulteriori
componenti di diversificazione culturale e di provenienza geografica.
Le stesse dinamiche scattano nei rapporti tra le diverse Chiese cristiane, ma
anche in famiglia, negli ambienti di lavoro o in quelli politici.
Si insinua allora la tentazione di giudicare chi non la pensa come noi e di
ritenersi superiori, in una sterile contrapposizione ed esclusione reciproche.

Il modello proposto da Paolo non è l’uniformismo che appiattisce, ma la comunione tra
diversi che arricchisce. Non a caso due capitoli primi, nella stessa lettera, parla
dell’unità del corpo e della diversità delle membra, così come della varietà dei carismi
che arricchiscono e animano la comunità (12, 3-13). Il modello non è, per usare
un’immagine di papa Francesco, la sfera dove ogni punto si trova equidistante dal
centro senza che vi siano differenze tra un punto e l’altro. Il modello è il poliedro che ha
superfici diverse tra loro e una composizione asimmetrica, dove tutte le parzialità
mantengono la loro originalità. «Persino le persone che possono essere criticate per i
loro errori, hanno qualcosa da apportare che non deve andare perduto. È l’unione dei
popoli, che, nell’ordine universale, conservano la loro peculiarità; è la totalità delle
persone in una società che cerca un bene comune che veramente incorpora tutti» 1.


“Accoglietevi perciò gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi, per la gloria di Dio”.

La parola di vita è un invito pressante a riconoscere il positivo che c’è nell’altro,
almeno per il fatto che Cristo ha dato la vita anche per quella persona che sarei portato a
giudicare. È un invito ad ascoltare lasciando cadere i meccanismi difensivi, a rimanere
aperti al cambiamento, ad accogliere le diversità con rispetto e amore, per giungere a
formare una comunità plurale e insieme unita.
Questa parola è stata scelta dalla Chiesa evangelica riformata per essere vissuta
dai suoi membri ed essere loro di luce per l’intero 2015. Condividerla, almeno in questo
mese, tra membri di altre Chiese, vuol essere già un segno di accoglienza reciproca.
Potremo così rendere gloria a Dio con un solo animo e una sola voce (15, 6),
perché, come scrive Martin Lutero, Dio «viene glorificato quando si accolgono i
peccatori e i deboli»2. Così ci ha accolto Gesù e in questo modo ha dato gloria al Padre.
Accogliamoci perciò anche noi gli uni gli altri, riconoscendoci tutti peccatori e deboli,
per la gloria di Dio.


Fabio Ciardi

Parola di Vita - Gennaio 2015

«Le dice Gesù: “Dammi da bere”» (Gv 4,7).

Gesù lascia la regione della Giudea diretto in Galilea. La strada lo porta ad attraversare la Samaria. A metà giornata, sotto il sole, stanco del cammino, si siede al pozzo che il patriarca Giacobbe aveva costruito 1700 anni prima. Ha sete, ma non ha un secchio per attingere l’acqua. Il pozzo è profondo, 35 metri, come si può vedere anche ai nostri giorni. I discepoli sono andati in paese a comprare qualcosa da mangiare. Gesù è rimasto solo.

Arriva una donna con una brocca e lui, con semplicità, le domanda da bere. E’ una richiesta che va contro le usanze del tempo: un uomo non si rivolge direttamente a una donna, soprattutto se è una sconosciuta. Inoltre tra Giudei e Samaritani vi sono divisioni e pregiudizi religiosi: Gesù è giudeo e la donna una samaritana. Il dissidio, e persino l’odio, tra i due popoli ha radici profonde, di origini storiche, politiche. Vi è un ulteriore steccato tra lui e lei, di tipo morale: la samaritana ha avuto più uomini e vive in situazione irregolare. Forse è per questo che non viene ad attingere acqua con le altre donne al mattino o alla sera, ma in un’ora insolita come quella, a mezzogiorno: per evitare i loro commenti.

Gesù non si lascia condizionare da nessun tipo di barriera e apre il dialogo con la straniera.

Vuole entrare nel suo cuore e le chiede: “Dammi da bere”


Ha in serbo un dono per lei, il dono di un’acqua viva. «Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me», lo sentiremo gridare (si potrebbe sostituire con: ‘esclamare ad alta voce’ ? ) più tardi nel tempio di Gerusalemme (Gv 7,37). L’acqua è essenziale per ogni tipo di vita e appare tanto più preziosa in ambienti aridi come nella Palestina. Quella che Gesù vuole donare è un’acqua “viva”, a simboleggiare la rivelazione di un Dio che è Padre ed è amore, lo Spirito Santo, la vita divina che

egli è venuto a portare. Tutto quanto egli dona è vivo e per la vita: lui stesso è il pane “vivo” (cf Gv 6,51ss), è la Parola che dà la vita (cf Gv 5,25) è semplicemente la Vita (cf Gv 11, 25-26). Sulla croce, ci dirà ancora Giovanni che ne era testimone, quando uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia, « subito ne uscì sangue e acqua» (Gv 19,34): è il dono estremo e totale di sé. (mi sembra che

questa parte apra ad tanti altri concetti e la frase che viene qui sotto non lega

subito, mentre legherebbe meglio se venisse omessa).

Ma Gesù non impone. Non la rimprovera neppure per la sua convivenza

irregolare. Lui che tutto può dare, chiede, perché realmente ha bisogno del dono di lei:

Dammi da bere

Chiede perché è stanco, ha sete. Lui, il Signore della vita, si fa mendicante, senza

nascondere la sua reale umanità. Chiede anche perché sa che invitando l’altra a donare se l’altra dona ella potrà aprirsi piùfacilmente ed essere pronta ad accogliere a sua volta.

Da questa richiesta inizia un colloquio fatto di argomentazioni, fraintendimenti,

approfondimenti al termine del quale Gesù può rivelare la propria identità. Il dialogo ha fatto crollare le barriere di difesa e ha portato alla scoperta della verità, l’acqua che egli è venuto a portare. La donna lascia ciò che in quel momento ha di più prezioso, la sua brocca, perché ha trovato ben altra ricchezza, e corre in città per iniziare a sua volta un dialogo con i vicini. Anche lei non impone, ma narra l’accaduto, comunica la propria esperienza e pone l’interrogativo sulla persona incontrata, che le ha chiesto:

Dammi da bere

In questa pagina di Vangelo mi pare di cogliere un insegnamento per il dialogo ecumenico di cui ogni anno, in questo mese, ci viene ricordata l’urgenza. La “Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani” ci fa prendere coscienza della divisione scandalosa tra le Chiese che continua da troppi anni e ci invita ad accelerare i tempi di una comunione profonda che superi ogni barriera, così come

Gesù ha superato le fratture tra Giudei e Samaritani.

Quella tra cristiani è soltanto una delle tante disunità che ci lacerano negli ambiti più vari, fatte di malintesi, dissidi in famiglia o nel condominio, tensioni sul lavoro, rancori verso gli immigrati. Le barriere che spesso ci dividono possono essere di tipo sociale, politico, religioso, o semplicemente frutto di diverse abitudini culturali che non sappiamo accettare. Sono quelle che scatenano i conflitti tra nazioni ed etnie, ma anche l’ostilità nel nostro quartiere. Non potremmo, come Gesù, aprirci all’altro, superando diversità e pregiudizi? Perché non ascoltare, al di là dei modi con cui può essere formulata, la richiesta di comprensione, di aiuto, di un po’ di attenzione? Anche in chi è di parte avversa o di altra estrazione culturale, religiosa, sociale, si nasconde un Gesù che si rivolge a noi e ci chiede:

Dammi da bere

Viene spontaneo ricordare un’altra parola simile di Gesù, pronunciata sulla croce, sempre testimoniata dal Vangelo di Giovanni: «Ho sete» (Gv 19,28). E’ la necessità primordiale, espressione di ogni altra necessità. In ogni persona bisognosa, disoccupata, sola, straniera, sia pure di un altro credo o convinzione religiosa, sia pure ostile, possiamo riconoscere Gesù che ci dice:

Ho sete” e che ci chiede: “Dammi da bere”. Basta offrire un bicchiere d’acqua, dice il Vangelo, per averne una ricompensa (cf Mt 10,42), per avviare quel dialogo che ricompone la fraternità.

Anche noi, a nostra volta, possiamo esprimere le nostre necessità, senza vergognarci di “avere sete” e chiedere a nostra volta: “Dammi da bere”. Potrà così iniziare un dialogo sincero e una comunione concreta, senza paura della diversità, del rischio della condivisione del nostro pensiero e dell’accoglienza di quello dell’altro. Facendo leva soprattutto sulle potenzialità di chi abbiamo di fronte, sui suoi valori presenti anche se nascosti, come ha fatto Gesù che ha saputo riconoscere nella donna qualcosa che lui non poteva fare, attingere acqua.

Fabio Ciardi

«Le dice Gesù: “Dammi da bere”» (Gv 4,7).

 

Gesù lascia la regione della Giudea diretto in Galilea. La strada lo porta ad attraversare la Samaria. A metà giornata, sotto il sole, stanco del cammino, si siede al pozzo che il patriarca Giacobbe aveva costruito 1700 anni prima. Ha sete, ma non ha un secchio per attingere l’acqua. Il pozzo è profondo, 35 metri, come si può vedere anche ai nostri giorni. I discepoli sono andati in paese a comprare qualcosa da mangiare. Gesù è rimasto solo.

Arriva una donna con una brocca e lui, con semplicità, le domanda da bere. E’ una richiesta che va contro le usanze del tempo: un uomo non si rivolge direttamente a una donna, soprattutto se è una sconosciuta. Inoltre tra Giudei e Samaritani vi sono divisioni e pregiudizi religiosi: Gesù è giudeo e la donna una samaritana. Il dissidio, e persino l’odio, tra i due popoli ha radici profonde, di origini storiche, politiche. Vi è un ulteriore steccato tra lui e lei, di tipo morale: la samaritana ha avuto più uomini e vive in situazione irregolare. Forse è per questo che non viene ad attingere acqua con le altre donne al mattino o alla sera, ma in un’ora insolita come quella, a mezzogiorno: per evitare i loro commenti.

Gesù non si lascia condizionare da nessun tipo di barriera e apre il dialogo con la straniera.

Vuole entrare nel suo cuore e le chiede: “Dammi da bere”

 

Ha in serbo un dono per lei, il dono di un’acqua viva. «Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me», lo sentiremo gridare (si potrebbe sostituire con: ‘esclamare ad alta voce’ ? ) più tardi nel tempio di Gerusalemme (Gv 7,37). L’acqua è essenziale per ogni tipo di vita e appare tanto più preziosa in ambienti aridi come nella Palestina. Quella che Gesù vuole donare è un’acqua “viva”, a simboleggiare la rivelazione di un Dio che è Padre ed è amore, lo Spirito Santo, la vita divina che

egli è venuto a portare. Tutto quanto egli dona è vivo e per la vita: lui stesso è il pane “vivo” (cf Gv 6,51ss), è la Parola che dà la vita (cf Gv 5,25) è semplicemente la Vita (cf Gv 11, 25-26). Sulla croce, ci dirà ancora Giovanni che ne era testimone, quando uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia, « subito ne uscì sangue e acqua» (Gv 19,34): è il dono estremo e totale di sé. (mi sembra che

questa parte apra ad tanti altri concetti e la frase che viene qui sotto non lega

subito, mentre legherebbe meglio se venisse omessa).

Ma Gesù non impone. Non la rimprovera neppure per la sua convivenza

irregolare. Lui che tutto può dare, chiede, perché realmente ha bisogno del dono di lei:

Dammi da bere

Chiede perché è stanco, ha sete. Lui, il Signore della vita, si fa mendicante, senza

nascondere la sua reale umanità. Chiede anche perché sa che invitando l’altra a donare se l’altra dona ella potrà aprirsi piùfacilmente ed essere pronta ad accogliere a sua volta.

Da questa richiesta inizia un colloquio fatto di argomentazioni, fraintendimenti,

approfondimenti al termine del quale Gesù può rivelare la propria identità. Il dialogo ha fatto crollare le barriere di difesa e ha portato alla scoperta della verità, l’acqua che egli è venuto a portare. La donna lascia ciò che in quel momento ha di più prezioso, la sua brocca, perché ha trovato ben altra ricchezza, e corre in città per iniziare a sua volta un dialogo con i vicini. Anche lei non impone, ma narra l’accaduto, comunica la propria esperienza e pone l’interrogativo sulla persona incontrata, che le ha chiesto:

 

Dammi da bere

In questa pagina di Vangelo mi pare di cogliere un insegnamento per il dialogo ecumenico di cui ogni anno, in questo mese, ci viene ricordata l’urgenza. La “Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani” ci fa prendere coscienza della divisione scandalosa tra le Chiese che continua da troppi anni e ci invita ad accelerare i tempi di una comunione profonda che superi ogni barriera, così come

Gesù ha superato le fratture tra Giudei e Samaritani.

Quella tra cristiani è soltanto una delle tante disunità che ci lacerano negli ambiti più vari, fatte di malintesi, dissidi in famiglia o nel condominio, tensioni sul lavoro, rancori verso gli immigrati. Le barriere che spesso ci dividono possono essere di tipo sociale, politico, religioso, o semplicemente frutto di diverse abitudini culturali che non sappiamo accettare. Sono quelle che scatenano i conflitti tra nazioni ed etnie, ma anche l’ostilità nel nostro quartiere. Non potremmo, come Gesù, aprirci all’altro, superando diversità e pregiudizi? Perché non ascoltare, al di là dei modi con cui può essere formulata, la richiesta di comprensione, di aiuto, di un po’ di attenzione? Anche in chi è di parte avversa o di altra estrazione culturale, religiosa, sociale, si nasconde un Gesù che si rivolge a noi e ci chiede:

Dammi da bere

Viene spontaneo ricordare un’altra parola simile di Gesù, pronunciata sulla croce, sempre testimoniata dal Vangelo di Giovanni: «Ho sete» (Gv 19,28). E’ la necessità primordiale, espressione di ogni altra necessità. In ogni persona bisognosa, disoccupata, sola, straniera, sia pure di un altro credo o convinzione religiosa, sia pure ostile, possiamo riconoscere Gesù che ci dice:

Ho sete” e che ci chiede: “Dammi da bere”. Basta offrire un bicchiere d’acqua, dice il Vangelo, per averne una ricompensa (cf Mt 10,42), per avviare quel dialogo che ricompone la fraternità.

Anche noi, a nostra volta, possiamo esprimere le nostre necessità, senza vergognarci di “avere sete” e chiedere a nostra volta: “Dammi da bere”. Potrà così iniziare un dialogo sincero e una comunione concreta, senza paura della diversità, del rischio della condivisione del nostro pensiero e dell’accoglienza di quello dell’altro. Facendo leva soprattutto sulle potenzialità di chi abbiamo di fronte, sui suoi valori presenti anche se nascosti, come ha fatto Gesù che ha saputo riconoscere nella donna qualcosa che lui non poteva fare, attingere acqua.

Fabio Ciardi

Parola di Vita - Dicembre 2014

«Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto»(Lc3,11).
Queste parole sono prese dalla predicazione del Battista. L'evangelista Luca riferisce che tra le
folle che correvano al Giordano per farsi battezzare, c'erano anche dei pubblicani (esattori delle imposte
per conto dell'autorità romana), i quali, a motivo di questa loro professione, erano considerati dei pubblici
peccatori; e c'erano dei militari i quali, a motivo della loro provenienza pagana, erano ritenuti dei “lontani
da Dio”; e fa notare la buona volontà da cui costoro erano animati, come dimostra la domanda che essi
rivolgono al Battista: che cosa fare per attuare la conversione richiesta per andare incontro la Messia?

«Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto».
Questa esortazione, con le sue indicazioni molto concrete, è la risposta che il Battista dà a queste
persone di buona volontà. Luca, riferendo questo particolare, vuole aiutarci a capire meglio che la
conversione del cuore, richiesta per andare incontro a Gesù, non consiste in belle parole e slanci
sentimentali, ma nel fare la volontà di Dio soprattutto nell'amare il nostro prossimo, nel solidarizzare
concretamente con lui e condividere con lui, quando manca del necessario, i nostri beni: cibo, vestito, al-
loggio, assistenza, ecc.
E quanto Gesù insegnerà più tardi. La vita cristiana, infatti, non consiste principalmente in lunghe
preghiere e penitenze estenuanti; non domanda di cambiare mestiere o professione - a meno che questa
non sia cattiva in se stessa -, bensì di vivere, nell'attività e nello stato di vita a cui apparteniamo, l'amore
del prossimo.

«Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto».
Un altro importante insegnamento, che l'evangelista vuole darci, è anche che l'amicizia con Dio e
la santità non sono riservate ad una categoria privilegiata di persone e non sono legate a particolari
condizioni di vita, ma aperte a tutti.
Inoltre vuole dirci che l'autentica vita cristiana, imperniata sull'amore del prossimo, è facilmente
capita e attira anche i cosiddetti “lontani”.

«Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto».
Come vivere allora questa Parola di Vita? Siamo nel mese in cui si celebra la festa del Natale. Il
Natale per la Chiesa non è semplice commemorazione di un avvenimento passato, ma è la celebrazione di
un mistero sempre presente, sempre attuale: la nascita di Gesù in noi e in mezzo a noi.
Come allora prepararci a Natale? Come fare in modo che Gesù nasca o rinasca in noi e fra noi?
Con l'amare concretamente.
Stiamo attenti che il nostro amore al prossimo non si fermi alle dichiarazioni o al sentimento, ma
passi, sempre all'azione, alle opere piccole e grandi.


Chiara Lubich

Parola di Vita - Novembre 2014

E' in te la sorgente della vita. (Sal 36,10)

Questa Parola della Scrittura ci dice qualcosa di così importante e vitale, da essere uno strumento di riconciliazione e di comunione. Anzitutto ci dice che una sola è la sorgente della vita, Dio. Da lui, dal suo amore creativo, nasce l'universo e ne fa la casa dell'uomo. E' lui che ci dà la vita con tutti i suoi doni. Il salmista, che conosce le asprezze e le aridità dei deserti e che sa cosa significa una sorgente d'acqua, con la vita che le fiorisce attorno, non poteva trovare un'immagine più bella per cantare la creazione che nasce, come un fiume dal grembo di Dio.Ecco, dunque, sgorgare dal cuore un inno di lode e di riconoscenza. Questo è il primo passo da fare, il primo insegnamento da cogliere nelle parole del Salmo: lodare e ringraziare Dio per la sua opera, per le meraviglie del cosmo e per quell'uomo vivente che è la sua gloria e l'unica creatura che sa dirgli:

E' in te la sorgente della vita.

Ma non è bastato all'amore del Padre, pronunciare la Parola con cui tutto è stato creato. Ha voluto che la sua stessa Parola prendesse la nostra carne. Dio, l'unico vero Dio, si è fatto uomo in Gesù e ha portato sulla terra la sorgente della vita. La fonte di ogni bene, di ogni essere e di ogni felicità è venuta a stabilirsi fra di noi, perché l'avessimo, per così dire, a portata di mano. "Io sono venuto - dice Gesù - perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza" (Gv 10,10). Egli ha riempito di sé ogni tempo e spazio della nostra esistenza. E ha voluto rimanere con noi per sempre, in modo da poterlo riconoscere ed amare sotto le più varie spoglie. A volte ci viene da pensare: "Come sarebbe bello vivere ai tempi di Gesù!" Ebbene, il suo amore ha inventato un modo per rimanere non in un piccolo angolo della Palestina, ma su tutti i punti della terra: Egli si fa presente nell'Eucaristia, secondo la sua promessa. E lì noi possiamo abbeverarci per nutrire e rinnovare la nostra vita.

E' in te la sorgente della vita.

Un'altra fonte cui attingere l'acqua viva della presenza di Dio è il fratello, la sorella. Ogni prossimo, specie quello bisognoso, che ci passa accanto, se noi lo amiamo, non si può considerare un nostro beneficato ma un nostro benefattore perché ci dona Dio. Infatti, amando Gesù in lui ["Ho avuto fame (...), ho avuto sete (...), ero uno straniero (...), ero in carcere (...)] (Cf Mt 25,31-40) riceviamo in cambio il suo amore, la sua vita, perché lui stesso, presente nei nostri fratelli e sorelle, ne è la sorgente. Una fontana ricca di acqua è anche la presenza di Dio dentro di noi. Egli sempre ci parla e sta a noi ascoltare la sua voce, che è quella della coscienza. Quanto più ci sforziamo di amare Dio e il prossimo, tanto più la sua voce si fa forte e sovrasta tutte le altre.
Ma c'è un momento privilegiato nel quale come mai possiamo attingere alla sua presenza dentro di noi: è quando preghiamo e cerchiamo di andare in profondità nel rapporto diretto con lui, che abita nel fondo della nostra anima. E' come una vena d'acqua profonda che non s'asciuga mai, che è sempre a nostra disposizione e che ci può dissetare in ogni momento.
Basterà chiudere un attimo le imposte dell'anima e raccoglierci, per trovare questa sorgente, pur nel bel mezzo del più arido deserto. Fino a raggiungere quell'unione con lui nella quale si sente che non siamo più soli, ma siamo in due: egli in me e io in lui. Eppure siamo - per suo dono - uno come l'acqua e la sorgente, il fiore e il suo seme. […] La Parola del Salmo ci ricorda, dunque, che è solo Dio la sorgente della vita e quindi della comunione piena, della pace e della gioia. Quanto più ci abbevereremo a questa fonte, quanto più vivremo di quell'acqua viva che è la sua Parola, tanto più ci avvicineremo gli uni gli altri e vivremo come fratelli e sorelle.
Allora si avvererà, come continua il Salmo: "Quando ci illumini viviamo nella luce"1 , quella luce che l'umanità attende.

Chiara Lubich


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