Parrocchia Sant'Erasmo

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23 novembre 2014 - Cristo Re

Giudicati sull’amore (Mt 25,34)

23 Novembre 2014 - Cristo Re

Carissimi, ieri nella nostra Cattedrale in Sorrento, l’arcivescovo Mons. Franco Alfano ci ha presentato le linee pastorali per il prossimo anno. Nelle 14 Unità pastorali in cui è divisa le nostra diocesi il nostro arcivescovo, a partire da gennaio, incontrerà tutti gli operatori pastorali. Presentiamo nella festa di questa domenica a Cristo Re la nostra diocesi, le nostre Comunità ed ogni gruppo di impegno pastorale. La liturgia ci presenta in Cristo, Re dell’universo, la figura del pastore buono, re e giudice, la cui regalità si manifesta come cura del proprio gregge, che nel Vangelo di Matteo è tutta l’umanità. II tema del giudizio in base al quale sarà giudicata la vita degli uomini, riassume in un certo modo tutto l’insegnamento di Gesù: sarà la carità, come amore per gli ultimi, a dare valore al nostro agire. L’amore è il valore in base al quale sarà giudicata la vita dell’uomo.

Il Re dichiara benedetti, coloro che ricevono l’eredità del Regno. La sua dichiarazione regale svela quello che noi da sempre siamo: figli. Questo è un dono, ma insieme un cammino da compiere; chiede di essere accolto attraverso il riconoscimento fattivo e operoso della propria fraternità con chi è nel bisogno, con il più piccolo. Il Re infatti svela l’insospettata relazione di fraternità che lo lega ai più piccoli; relazione che Egli estende anche a tutti coloro che, a loro volta, hanno mostrato cura verso i più piccoli. Non dobbiamo considerare la distinzione tra pecore e capri come una mancanza di misericordia. È probabile che il Padre buono faccia di tutto per salvare i malvagi e sogna che tutti possano entrare nel suo Regno Glorioso. Tuttavia, rispetta la libertà di autoescludersi che hanno gli uomini.

Benedetti: detti bene. Una parola è detta bene quando esprime il pensiero e lo rende comprensibile. Noi siamo bene-detti quando la carità, essenza di Dio, esprime e realizza la nostra vita e il nostro amore operoso diventa benedizione per chi lo riceve, Cristo regni nel nostro cuore, nelle nostre famiglie e nel mondo intero, il vostro parroco don Vincenzo ed il diacono don Antonio.


Ho avuto fame e mi avete dato da mangiarE.

 

Vorrei imparare, Signore,

a guardare chi mi sta accanto

leggendo i suoi bisogni.

Vorrei capire ciò di cui è affamato ed assetato,

di cosa ha bisogno di essere rivestito,

quando si sente forestiero o carcerato,

solo o snobbato dalla gente.

Vorrei sapere se il mio intervento

è gradito ed utile, anche se non è richiesto,

per timidezza o per una ferita cocente,

perché non è un’abitudine, perché così non si usa.

Vorrei avere la forza di agire,

il coraggio di partire,

la sfrontatezza di osare.

Vorrei sapere se il mio intervento

è gradito ed utile, anche se non è richiesto,

per timidezza o per una ferita cocente,

perché non è un’abitudine, perché così non si usa.

Vorrei avere la forza di agire,

il coraggio di partire,

la sfrontatezza di osare.

Ed invece ho paura,

quasi come se fossi un pioniere

in una società individualista ed pluriassicurata,

dove c’è qualcun altro che ci deve pensare,

perché è il suo mestiere;

dove si tende a nascondere ogni povertà,

dove si ragiona sul rimandare a casa propria

chi ha attentato alla nostra tranquillità.

Eppure, è la cosa più semplice e naturale del mondo:

aiutare chi ha bisogno perché è figlio di uomo pure lui,

è amato, scelto ed «unto» da Dio pure lui, povero Cristo.

In Africa o qui, in albergo o in ospedale, a scuola o in galera:

ovunque qualcuno soffre, piange, si dispera.

Aiutami, Signore, a superare i miei limiti.

Fammi abbracciare la causa degli ultimi,

non per paura del tuo giudizio finale,

ma perché solo così sarò uomo tra gli uomini,

e potrò guardarti in faccia,

qualunque volto avrai, nella vita eterna.

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