Parrocchia Sant'Erasmo

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8 febbraio 2015 - 5 domenica t. ord.

L'amore non si impone

8 febbraio 2015 - 5ª domenica t. ord.

Carissimi,

Gesù rende presente e operante l’amore misericordioso di Dio che risana i cuori affranti e ridona speranza ai giorni dell’uomo. Si è preso cura di tutti e ha cercato di rendere felici tutti con la sua misericordia. Per questo ha fatto dei miracoli. Ma a chi voleva essere guarito ha sempre chiesto di credere in Lui. Questa fede, però, non l'ha mai forzata. Non l'ha mai imposta. Per evitare che gli uomini fossero costretti a credere in Lui, proibiva persino ai demoni di dire chi lui fosse realmente: il Figlio di Dio. Questo, perché Dio si avvicina a noi nella semplicità di una proposta d'amore. E l'amore non s'impone, ma si propone. L’intervento di Gesù che guarisce la suocera di Pietro, è la mano di Dio tesa all’umanità peccatrice, per renderla capace di servizio, nei confronti del Signore e di tutti i fratelli. La fama di Gesù come guaritore si è sparsa velocemente: poche ore dopo l’intera città è bloccata da una folla, che raccoglie tutti i malati e gli indemoniati. Anche oggi posso accostarmi e affidarmi a Gesù; egli guarisce la malattia del peccato che affligge ogni uomo. Così il Vangelo può diventare un incontro medicinale con Gesù che si prende cura delle ferite profonde di relazioni difficili, di torti subiti, di drammi vissuti. La potenza della Parola vissuta può trasformare un deserto in giardino fiorito. Mettiamoci anche noi sulla scia di Gesù, con semplicità, senza la pretesa di emergere o essere ammirati dagli altri, ma solamente con l’intenzione e lo scopo di servire e rendere felici le persone che incontriamo. In questa settimana ricorre la giornata mondiale del malato: siamo vicini ad ogni infermo, facciamo qualche visita a chi è malato, possa egli sperimentare la nostra vicinanza e tenerezza. Il parroco don Vincenzo ed il diacono don Antonio

L’AMORE GUARISCE (esperienza di vita)

Mentre stavo lavorando nella fattoria di mio padre, un brutto giorno, durante un litigio nato da una falsa accusa nei miei confronti, mio cugino d’improvviso mi ha sparato ferendomi gravemente. In ospedale i medici dubitavano che io potessi superare l’intervento. Mia madre era accanto a me… soffriva moltissimo. A un certo punto, sottovoce mi ha detto che se Dio avesse dovuto prendermi con sé, insieme potevamo dire il nostro sì e perdonare il cugino che mi aveva colpito. Raccogliendo tutte le mie forze, ho detto sì. Ho superato l’intervento, ma a causa di un’infezione sono stato trasferito in un altro ospedale e ho avuto dolori incredibili. Ho cominciato a odiare mio cugino, ho pensato alla vendetta… Allo stesso tempo ho pensato: ora che lui mi è nemico, devo amarlo. Gesù ha detto: “Perdonate settanta volte sette…”. Piano piano le Sue Parole mi hanno dato la pace nella mente e nel cuore, sono state come il balsamo che leniva le piaghe fisiche e spirituali e mi hanno dato la forza per sopportare il dolore di quei sei mesi di ospedale. Ora mi sono ripreso bene e sono tornato a lavorare nella fattoria. L’amore costante di mia madre e il sostegno della mia famiglia continuano ad essere quella preziosa radice che mi ha sostenuto nei momenti più difficili. A.V.

 

La Giornata mondiale del malato fu istituita il 13 maggio 1992 da papa Giovanni Paolo II. A partire dall’ 11 febbraio 1993, si celebra ogni anno nella commemorazione della Madonna di Lourdes. Per tutti è “un momento speciale di preghiera e di condivisione, di offerta della sofferenza”. A papa Giovanni Paolo II era stato diagnosticato la malattia di Parkinson già nel 1991, la sua condizione di malato è stata divulgata solo più tardi, ed è significativo che abbia deciso di creare una Giornata mondiale del malato, un solo anno dopo la diagnosi. Il papa aveva scritto molto sul tema della sofferenza (Lettera apostolica Salvifici Doloris) e scriveva che la sofferenza è molto più di un processo salvifico e di redenzione per mezzo di Cristo. La festa di Lourdes è stata scelta perché molti malati pellegrini a Lourdes hanno riferito di essere stati guariti per intercessione della Beata Vergine.

Messaggio per la Giornata del malato 2015

Sapienza del cuore è servire il fratello

Sapientia cordis. «Io ero gli occhi per il cieco, ero i piedi per lo zoppo» (Gb 29,15)

Cari fratelli e sorelle,
in occasione della XXIII Giornata Mondiale del Malato, istituita da san Giovanni Paolo II, mi rivolgo a tutti voi che portate il peso della malattia e siete in diversi modi uniti alla carne di Cristo sofferente; come pure a voi, professionisti e volontari nell’ambito sanitario.

Il tema di quest’anno ci invita a meditare un’espressione del Libro di Giobbe: «Io ero gli occhi per il cieco, ero i piedi per lo zoppo» (29,15). Vorrei farlo nella prospettiva della "sapientia cordis", la sapienza del cuore.

1. Questa sapienza non è una conoscenza teorica, astratta, frutto di ragionamenti. Essa piuttosto, come la descrive san Giacomo nella sua Lettera, è «pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera» (3,17). È dunque un atteggiamento infuso dallo Spirito Santo nella mente e nel cuore di chi sa aprirsi alla sofferenza dei fratelli e riconosce in essi l’immagine di Dio. Facciamo nostra, pertanto, l’invocazione del Salmo: «Insegnaci a contare i nostri giorni / e acquisteremo un cuore saggio» (Sal 90,12). In questa sapientia cordis, che è dono di Dio, possiamo riassumere i frutti della Giornata Mondiale del Malato.

2. Sapienza del cuore è servire il fratello. Nel discorso di Giobbe che contiene le parole «io ero gli occhi per il cieco, ero i piedi per lo zoppo», si evidenzia la dimensione di servizio ai bisognosi da parte di quest’uomo giusto, che gode di una certa autorità e ha un posto di riguardo tra gli anziani della città. La sua statura morale si manifesta nel servizio al povero che chiede aiuto, come pure nel prendersi cura dell’orfano e della vedova (vv.12-13).

Quanti cristiani anche oggi testimoniano, non con le parole, ma con la loro vita radicata in una fede genuina, di essere "occhi per il cieco" e"piedi per lo zoppo"! Persone che stanno vicino ai malati che hanno bisogno di un’assistenza continua, di un aiuto per lavarsi, per vestirsi, per nutrirsi. Questo servizio, specialmente quando si prolunga nel tempo, può diventare faticoso e pesante. È relativamente facile servire per qualche giorno, ma è difficile accudire una persona per mesi o addirittura per anni, anche quando essa non è più in grado di ringraziare. E tuttavia, che grande cammino di santificazione è questo! In quei momenti si può contare in modo particolare sulla vicinanza del Signore, e si è anche di speciale sostegno alla missione della Chiesa.

3. Sapienza del cuore è stare con il fratello. Il tempo passato accanto al malato è un tempo santo. È lode a Dio, che ci conforma all’immagine di suo Figlio, il quale «non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mt 20,28). Gesù stesso ha detto: «Io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,27).

Chiediamo con viva fede allo Spirito Santo che ci doni la grazia di comprendere il valore dell’accompagnamento, tante volte silenzioso, che ci porta a dedicare tempo a queste sorelle e a questi fratelli, i quali, grazie alla nostra vicinanza e al nostro affetto, si sentono più amati e confortati. Quale grande menzogna invece si nasconde dietro certe espressioni che insistono tanto sulla "qualità della vita", per indurre a credere che le vite gravemente affette da malattia non sarebbero degne di essere vissute!

4. Sapienza del cuore è uscire da sé verso il fratello. Il nostro mondo dimentica a volte il valore speciale del tempo speso accanto al letto del malato, perché si è assillati dalla fretta, dalla frenesia del fare, del produrre, e si dimentica la dimensione della gratuità, del prendersi cura, del farsi carico dell’altro. In fondo, dietro questo atteggiamento c’è spesso una fede tiepida, che ha dimenticato quella parola del Signore che dice: «L’avete fatto a me» (Mt 25,40).

Per questo, vorrei ricordare ancora una volta «l’assoluta priorità dell’"uscita da sé verso il fratello" come uno dei due comandamenti principali che fondano ogni norma morale e come il segno più chiaro per fare discernimento sul cammino di crescita spirituale in risposta alla donazione assolutamente gratuita di Dio» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 179). Dalla stessa natura missionaria della Chiesa sgorgano «la carità effettiva per il prossimo, la compassione che comprende, assiste e promuove» (ibid.).

5. Sapienza del cuore è essere solidali col fratello senza giudicarlo. La carità ha bisogno di tempo. Tempo per curare i malati e tempo per visitarli. Tempo per stare accanto a loro come fecero gli amici di Giobbe: «Poi sedettero accanto a lui in terra, per sette giorni e sette notti. Nessuno gli rivolgeva una parola, perché vedevano che molto grande era il suo dolore» (Gb 2,13). Ma gli amici di Giobbe nascondevano dentro di sé un giudizio negativo su di lui: pensavano che la sua sventura fosse la punizione di Dio per una sua colpa. Invece la vera carità è condivisione che non giudica, che non pretende di convertire l’altro; è libera da quella falsa umiltà che sotto sotto cerca approvazione e si compiace del bene fatto.

L’esperienza di Giobbe trova la sua autentica risposta solo nella Croce di Gesù, atto supremo di solidarietà di Dio con noi, totalmente gratuito, totalmente misericordioso. E questa risposta d’amore al dramma del dolore umano, specialmente del dolore innocente, rimane per sempre impressa nel corpo di Cristo risorto, in quelle sue piaghe gloriose, che sono scandalo per la fede ma sono anche verifica della fede (cfr Omelia per la canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, 27 aprile 2014).

Anche quando la malattia, la solitudine e l’inabilità hanno il sopravvento sulla nostra vita di donazione, l’esperienza del dolore può diventare luogo privilegiato della trasmissione della grazia e fonte per acquisire e rafforzare la sapientia cordis. Si comprende perciò come Giobbe, alla fine della sua esperienza, rivolgendosi a Dio possa affermare: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto» (42,5). Anche le persone immerse nel mistero della sofferenza e del dolore, accolto nella fede, possono diventare testimoni viventi di una fede che permette di abitare la stessa sofferenza, benché l’uomo con la propria intelligenza non sia capace di comprenderla fino in fondo.

6. Affido questa Giornata Mondiale del Malato alla protezione materna di Maria, che ha accolto nel grembo e generato la Sapienza incarnata, Gesù Cristo, nostro Signore.

O Maria, Sede della Sapienza, intercedi quale nostra Madre per tutti i malati e per coloro che se ne prendono cura. Fa’ che, nel servizio al prossimo sofferente e attraverso la stessa esperienza del dolore, possiamo accogliere e far crescere in noi la vera sapienza del cuore.

Accompagno questa supplica per tutti voi con la mia Benedizione Apostolica.

FRANCISCUS

 


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