Parrocchia Sant'Erasmo

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20-tord-16_agosto_2015

Partecipare al Signore Gesù

16 agosto 2015 - 20a domenica t. ord.

Carissimi,
oggi come in ogni domenica, il Signore, invitandoci in chiesa, ci fa amici e commensali.
L'immagine che ci suggerisce il libro dei Proverbi è un edificio eretto dalla Sapienza.
Per i cristiani orientali la figura della Sapienza, anche nell'iconografia, è una figura di Dio; dai latini invece è vista come Cristo stesso, il quale ha fondato la sua Chiesa con i sacramenti e ha imbandito la mensa eucaristica. Ad essa invita tutti i cristiani.Per raggiungere questa Sapienza occorre meditarla frequentemente. E non si arriva senza invocare con profonda umiltà lo Spirito Santo.
Il Padre ha inviato suo Figlio, il quale, a sua volta, ora ci invia, dandoci la vita piena. Essa è una cosa troppo preziosa per permetterci di sprecarla: ci viene data una volta sola! Si tratta allora di orientarla in modo che, pienamente conforme alla volontà del Signore, ci meriti, passato questo tempo, l'ingresso alla vita eterna. Questa è sapienza!

Che cosa bisogna fare perché la nostra vita sia segnata da questa Sapienza?
Ricevere nella fede il suo corpo sacrificato e il suo sangue versato, realmente presenti sotto le specie eucaristiche. Perciò la comunione, frequente e fervorosa – una cosa non può stare senza l'altra – permetterà al cristiano di vivere la vita stessa di Cristo e di essere una cosa sola con lui: «Non sono più io che vivo – dirà san Paolo – ma è Cristo che vive in me». Ricordiamo che fare comunione con Cristo significa pure fare comunione con i fratelli, perché l'Eucaristia realizza l'incontro d'amore con tutti gli uomini. Il termine latino «communio», tradotto con «comunione», va inteso forse meglio come «partecipazione» “cum munus” (mettere insieme i doni) a Gesù, alla sua passione, al suo Spirito, al suo Vangelo, alla sua fede e al suo servizio, buon riposo in questi giorni di ferragosto, don Vincenzo ed il diacono don Antonio.

Venite, mangiate il mio pane

Abbatti, Signore Gesù, tutti i perbenismi

che ci fanno pensare e vedere le cose

in quel certo equilibrio che non conosce il dono gratuito

del tuo amore «folle» e grida lo scandalo.

Non possiamo capire, così chiusi nei nostri schemi

che tu doni la tua carne perché abbiamo la vita.

È il tuo corpo che ci consegni, Gesù,

come pane, cotto sulle pietre roventi dell'amore,

che va oltre ogni debolezza e ogni peccato

lasciandosi addentare perfino da bocche piene di tradimento.

«Mentre siamo ancora peccatori» (Rm 5,8)

tu ti offri sulla mensa dei poveri e sei sempre lo stesso

che parli alla folla, ai giudei e che ora ti «consegni» a noi

perché ti gustiamo come fragrante amore.

«Se il chicco di frumento non muore,

non porta frutto» (Gv 12,24), non dà il pane della vita.

E tu, come seme fecondo

gettato nel solco della nostra terra arida,

hai offerto «il tuo dorso agli aratori»

che menano la massa lievitante perché diventi

il pane puro e vivo «spezzato» sulla tavola.

Ti sei lasciato inchiodare al «roveto ardente»

di un amore che ti cuoce al fuoco dello Spirito

e ti fa bruciare il cuore in un grido lacerante:

«Prendete e mangiatene tutti» (1 Cor 11,24).

Il tuo, Gesù, è il pane piagato del suo corpo sospeso

tra cielo e terra in un ostensorio che ci «attira tutti a sé» (Gv 12,32)

e si offre per una passione d'amore

eternamente tesa in un abbraccio universale.

Accoglici sempre, o «pane vivo», al tuo convito di gioia,

perché in questa intimità,

«reclinando il capo sul tuo petto» (Gv 13,25) squarciato,

ci sia dato di sentire in noi la stessa bruciante sete d'amore

per il Padre e per tutti i fratelli.

«Se uno mangia di me, dimora in me e io in lui»,

sia così questa unione con te, Gesù,

per noi che vogliamo mangiare sempre

del «cibo che non perisce» (Gv 6,27).

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